Ospedali, UMBRIA

La collina dei poliomielitici.

La collina dei poliomielitici.

JACKSON BROWNE: For a dancer (1974)

And somewhere between the time you arrive/and the time you go/may lie a reason you were alive./That you’ll never know – Da qualche parte tra il momento in cui arrivi/e il momento in cui parti/sta forse la ragione per cui esisti./Ma non lo saprai mai.

 

 

Era da tempo che mi puntavo un istituto religioso, intitolato a una Madonna celebratissima, che aveva ospitato dei poliomielitici con lo scopo di recuperarli a una professione. Sapevo che era in Umbria e avevo individuato anche la zona, ma, nonostante il paziente scandaglio su googlemaps, non ero ancora riuscito a localizzarlo con precisione. Poi mi è venuto in soccorso Angelo (il nome è di fantasia, ma lo trovo quanto mai azzeccato), un fotografo forlivese di fascia molto alta che, verificate le mie buone intenzioni, mi ha fornito le coordinate. Così me ne sono partito un mattino di febbraio, contrariamente al mio solito in compagnia di un amico all’esordio in queste uscite, e abbiamo raggiunto il sito in un’ora e mezza. Appena prima di capire come entrare, sono stato chiamato da un’anziana signora che mi aveva visto dall’uscio di casa. Chiarite le mie intenzioni, si è tranquillizzata e mi ha detto di aver prestato servizio lì per tanti anni come inserviente e che, tra traversie e interruzioni varie, l’istituto chiuse definitivamente i battenti nel 1980, dopo essersi stancamente riciclato come spazio per attività ludico-teatrali. Queste notizie mi sono state utili, perché in rete c’è pochissimo su questo istituto, neanche fosse qualcosa di cui sia opportuno tacere; le scarne notizie reperite datano l’inizio dell’attività di recupero nel 1961 con termine ufficiale nel 1973. Non so se questi dati siano totalmente rispondenti, ma sono certamente verosimili, almeno se si considera il fortissimo impatto che ebbe la poliomielite fino ai primi anni ’60, quando, con la vaccinazione secondo il metodo Sabin, fu di fatto progressivamente debellata, alla faccia dei no-vax. Ecco perché ritengo congruo il periodo di esercizio medico-fisiatrico fino al 1973, anno che può segnare la teorica fine dell’emergenza di questa devastante malattia. Comunque, al di là dei dati ufficiali o ufficiosi sulla durata dell’attività, ringraziata la signora, che mi ha pure fornito delle dritte per entrare senza problemi (che fosse anche lei un’appassionata di urbex?), ci siamo diretti al sito passando per un piccolo campo incolto proprio di lato al cancello d’entrata. Un ampio squarcio nella recinzione ed eravamo già a percorrere l’ultimo tratto del vialetto d’ingresso. L’edificio si presentava impenetrabile sia da porte che da finestre ma, percorso un brevissimo cunicolo nella selva, ci ritrovammo il portone della chiesa semispalancato e da lì abbiamo iniziato l’esplorazione. A quel punto, credo di aver capito che la signora era una urbexer, magari un po’ blasé ma precisa come pochi altri. Scattate in fretta le foto di rito (del resto eravamo in una chiesa), ero preda di un’ansia incontenibile di salire al primo piano del palazzo nobiliare in cui eravamo entrati per immortalare gli affreschi di cui mi aveva parlato poco prima la donna. L’impatto è stato meraviglioso ed emozionante: un salone completamente affrescato da cielo a terra e, cosa  non meno importante, incredibilmente risparmiato da writers e vandali. Più raro di un superbingo! Proseguendo, ho notato che in parecchie stanze, diverse delle quali soggette a restauri  che ipotizzo di non troppi anni fa, ho notato la presenza di soffitti impreziositi da affreschi dai motivi floreali o geometrici, che ho cercato di fotografare, anche se non tutte le stanze erano praticabili al centro. Più si sale meno il palazzo, che si ritiene appartenuto ai Lefevbre, è in grado di offrire. Stanze nude e disadorne con i primi segni di degrado ambientale. Siamo scesi di nuovo al primo piano per visitarlo con calma, smaltita la sbornia degli affreschi. Ho trovato un’altra stanza molto interessante, quella occupata da un’enorme vasca che la impegna quasi interamente. La vasca è una specie di piscina, nel tratto finale abbastanza profonda, sormontata da due alte stanghe tangenti al soffitto, che mi hanno ricordato quelle presenti nelle macellerie per sostenere i capi dei bovini; io qui le ho interpretate come delle rotaie che dovevano essere provviste di maniglioni, oggi assenti, che fungevano da appoggio per i pazienti che si bagnavano nelle acque a scopo terapeutico. Sempre al primo piano ho trovato un’altra stanza, molto più piccola di quella della vasca, non meno emozionante, interamente tappezzata da fascicoli e faldoni sparsi in terra, contenenti le note personali dei singoli ospiti con indicate le terapie seguite e le possibilità stimate di recupero. Un’immensa miniera di informazioni che, qualora recuperata, illustrerebbe la storia di questo istituto, certamente dolorosa ma meritoria, meglio di tanti discorsi. Purtroppo, tutto è lascito nell’incuria. Ho riportato una sola foto di un faldone, come sempre depurata dei dati sensibili, e un’altra consistente in una ingenua lettera di raccomandazione del 1968 (altro che le raccomandazioni odierne!) in cui si illustrano le ragioni che consiglierebbero il ricovero nell’istituto di uno studente di una scuola media della provincia. L’uscita dal palazzo verso il cortile interno è annunciata da un elegante colonnato interno, restaurato anch’esso non molti anni orsono, che immette nell’ampio cortile, un tempo custodito e ora cosparso qua e là di vegetazione spontanea. Sul fronte, spicca una lunga e sgraziata costruzione anni 60, assai più malmessa del palazzo, al cui interno, spogliato di quasi tutto, sono ancora presenti elementi della cucina del refettorio e una grossa stanza in cui erano stati ricavati attrezzi ginnici destinati agli esercizi fisici della terapia, nonché un rialzo ottimisticamente adibito a teatro. Nella stanza adiacente un biliardo ormai marcito conferma l’aspetto ingenuamente ludico che si voleva dare a quegli ambienti. Al piano superiore erano ubicati i dormitori, ossia le stanzine degli ospiti, tutte uguali e prive di ogni riferimento, comunque con bagni privati e, in fondo al corridoio, quanto resta di quello collettivo. La visita volge al termine:  giusto il tempo di un panino e di acqua per un breve ristoro, che io e il mio amico consumiamo all’aperto, al sole di un febbraio che sa già di primavera inoltrata, e sì che siamo su una collina neanche tanto bassa. Nemmeno il tempo di pensarci su che il mio amico mi fa: “Si va a vedere quel monastero di cui mi parlavi?”. Sta a vedere che gli ho attaccato il virus dell’urbex. Oddio, non si guarisce ma non ti uccide. Lasciamo gli ultimi bocconi a due cani affamati che ci gironzolavano attorno timorosi e torniamo all’auto per spararci un’altra trentina di chilometri. Quando si va fuori regione il tempo pieno è d’obbligo. Però, al ritorno guida lui.

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