Urbex

Rovine, decadenza, luoghi abbandonati, hanno un fascino particolare; tutto ciò richiama il concetto di vanitas tanto caro agli artisti del  XVII secolo dell’Europa settentrionale. Certo, costoro avevano a che fare con l’epidemia di peste che imperversò nel Seicento, ma l’attrazione per la caducità delle cose umane l’avvertiamo ugualmente noi contemporanei per le profonde incertezze del periodo  e per un agire umano molte volte incomprensibile. Urbex (acronimo del termine urban exploration) è un neologismo che si sta imponendo nel nostro lessico, ma ci sono ormai molti modi di nominare quello che attrae chi è preda di questa passione: archeologia industriale, spazi indecisi, memorie sepolte, terzo paesaggio, etc. Eppure, anche nella varietà delle denominazioni, riesce difficile, se non impossibile, trovarne una che spieghi tutta la densità dell’esperienza di questo fenomeno e, soprattutto, che sappia individuare le cause precise che invogliano a questa pratica. Personalmente posso dire che la molla che mi ha indotto a praticare l’urbex l’ho trovata nel senso estetico che mi dava, con specifico riferimento all’ambito fotografico, ma poi a questo si sono uniti altri fattori, quali la curiosità di indagare le storie private e collettive nascoste da certi luoghi, le questioni politiche e sociali che ne determinarono l’abbandono e, non da ultimo, le esperienze architettoniche cui si rifacevano, pur in un approccio che so essere in gran parte dilettantesco. Questi, comunque, sono i fattori essenziali che mi spingono a proseguire nell’urbex, ma, a distanza di anni, individuo un’altra crescente ragione nel senso di mistero e di silenzio che percepisco ogni volta che mi addentro in un luogo abbandonato. Oggi viviamo un’epoca molto poco discreta e trovare un tempo e uno spazio di riflessione diventa assai difficile. Eccoci al dunque: il luogo abbandonato per me rappresenta la palestra in cui mi alleno in questa disciplina, una sorta di posto delle fragole (il rimando a Ingmar Bergman è voluto) dove osservare il ricordo e il silenzio. Per spiegare meglio il mio intento, provo ad aiutarmi con le parole trovate in uno scritto della Schalansky “Lo splendore casuale delle meduse” (a scanso d’equivoci, il libro, salvo queste poche righe, è davvero mediocre), che mi sembrano illuminanti nel rappresentare la forza impassibile della natura, neutra e indifferente alle sorti dell’uomo.

Le piante trasformano sostanze con una scarsa resa energetica in sostanze ricche di energia. Negli animali è il contrario. Noi (n.d.t.: uomini) semplicemente non siamo autotrofi. Se fossimo verdi, non avremmo più bisogno di mangiare, fare la spesa, lavorare. Non dovremmo fare assolutamente più niente. Basterebbe sdraiarsi un po’ al sole, bere acqua, assumere anidride carbonica, e tutto, ma proprio tutto, sarebbe sistemato. La vegetazione muta e paziente: tanto di cappello. Le piante possono comunicare senza parole e sono sensibili al dolore senza avere un sistema nervoso. A quanto pare hanno anche dei sentimenti, il che tuttavia non costituisce un progresso. Forse sono superiori a noi proprio perché possono fare a meno dei sentimenti. Alcune piante hanno più geni dell’uomo. La strategia più promettente per salire al potere è ancora quella di venire sottovalutati per poi colpire al momento giusto. Non si può ignorare che la flora é in agguato. Presto si riprenderà tutto. Riprenderà possesso dei territori abusati con i suoi tentacoli produttori di ossigeno, sfiderà le intemperie, spaccherà l’asfalto e il cemento con le sue radici. Seppellirà i resti della civiltà passata sotto una fitta coltre d’erba. La restituzione ai proprietari é solo questione di tempo. L’uomo è un evento fugace a base di proteine. Ha infestato questo pianeta per un breve periodo e alla fine, proprio come tanti esseri misteriosi, scomparirà. Un buffo fossile. Le piante invece restano. Esistono prima di noi e ci sopravviveranno. Non il degrado, ma il ritorno al puro stato selvaggio. Un processo di incorporazione lussureggiante, una rivoluzione pacifica (tratto da: “Lo splendore casuale delle meduse” – Nottetempo Edizioni: 2013 – di Judith Schalansky).

Naturalmente ognuno è libero di pensarla come vuole, per cui possiamo accodarci a Nietzsche: “Guardiamoci dal dire che esistono leggi nella natura. Non vi sono che necessità”, o tranquillizzarci con Aristotele: “Dio e la natura non fanno nulla invano”. In ogni modo, qualunque sia l’intento (ove percepito consapevolmente) con cui si pratica l’urbex, l’importante è sapere che la caccia è sempre aperta.