ABRUZZO, Industrie

Arsenico e vecchi merletti

Arsenico e vecchi merletti

JEFFERSON AIRPLANE: “Wooden ships” (1975)

Black sails knifing through the pitchblende/night away from the radioactive landness. – Navi nere fendono la notte d’uranio/fuggendo dalla follia di una terra radioattiva.

La nascita di questo complesso industriale risale al 1900 e la fabbrica fu costituita da privati per occuparsi della produzione dell’anidride solforica,concimi ed altri prodotti chimici. Nel 1929 l’area comprensiva di capannoni e impianti, di circa 3 ettari e mezzo, passò alla Montecatini che potenziò le produzioni esistenti, tanto da divenire in poco tempo un sito industriale di rilievo, al punto da essere oggetto di ben 36 bombardamenti aerei durante la seconda guerra mondiale ad opera delle forze anglo americane e poi da quelle tedesche, oltre ad occupazioni e devastazioni sempre ad opera dei tedeschi. L’attività proseguì fino al 1964, anno in cui il sito fu dismesso e trasferito all’attuale proprietà. Questo per quanto riguarda la storia dell’azienda, ma c’è un’altra storia intrecciata a questa, che non è ancora finita, ed è quella che riguarda i rifiuti tossici rilevati nel sottosuolo dell’area e che, con tutta probabilità, riguardano anche il territorio circostante, che comprende, a un tiro di schioppo dalla fabbrica, un intero paese che sorge a ridosso. Nel sottosuolo gli esami scientifici hanno rilevato inquinanti particolarmente aggressivi, tanto che si stimano 90.000 tonnellate di rifiuti tossici. Un segnale visivamente evidente dell’inquinamento del terreno è che a terra è visibile dell’acqua rossa, segnale inequivocabile della presenza di arsenico. Dal punto di vista giudiziario, l’ultima pronuncia dice che non c’è reato penale per il proprietario del sito dato che l’inquinamento è stato prodotto dal precedente possessore, la Montecatini, e all’attuale società proprietaria non spetta effettuare la bonifica, che invece è diventata competenza della Regione, che potrà attuarla con fondi comunitari finalizzati. La visita al sito, effettuata in un giornata piovosa, è stata ricca di suggestioni. Aggirarsi tra quello scheletro (c’è poco di più) con i pali e i longheroni in cemento armato a fare da ascisse e ordinate tra la vegetazione che si sta riappropriando dell’intero fabbricato, avendo un occhio anche all’amianto sbriciolato presente in alcuni punti, é risultata un’esperienza indimenticabile. Devo un grosso ringraziamento a Franco Marulli, la cui abitazione è adiacente all’area dello stabilimento, attento documentatore della storia di questo sito e mia guida durante l’esplorazione, del quale riporto un ricordo di quand’era bambino: “Mia madre stendeva i panni la sera e il mattino dopo erano ricoperti da una polvere giallastra: erano i fumi della Montedison”.

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