MARCHE, Sacro

In attesa del crollo

In attesa del crollo

CURE: “Bare” (1996)

If you’ve got nothing left to say,/just say goodbye./Turn your face away/and say goodbye./You know we’ve reached the end,/You just don’t know why/and you know we can’t pretend/after all this time. – Se non hai nient’altro da dire,/allora dimmi addio./Gira la tua faccia dall’altra parte/e dì addio./Sai che siamo alla fine,/solo non sai perché/e sai che non possiamo far finta/dopo tutto questo tempo.

A volte, come presso gli antichi romani, capita che il dio capriccioso che presiede al mondo urbex sia ben disposto e così è capitato a me pochi giorni fa, mentre procedevo lentamente lungo i colli jesini  viziato dall’aria condizionata dell’auto. Mi sono imbattuto in una chiesa in evidente stato di abbandono e, cosa più importante, col portale aperto. Neanche a farlo apposta, c’era una radura proprio lì accanto e ho potuto lasciare l’auto al riparo di una frondosa siepe. Meglio di così è difficile immaginare, ma anni di duro esercizio mi hanno insegnato a diffidare. Ho varcato timidamente il portale con a lato l’immancabile cartello che annunciava il pericolo di crollo e, appena entrato, mi sono subito ritratto. La situazione era questa: tappeto di guano di piccione, odore penetrante di urea, fenditure profonde alle pareti a motivare appieno il cartello all’esterno, solitamente declassato a iettatorio per chi cerca certi luoghi. Sono rientrato con gli amuleti di rito, vale a dire mascherina con mini filtro, scarponcini adeguati, caschetto protettivo da geometra comunale in missione pericolosa e un’invocazione mormorata a un’imprecisata entità perché ritardasse il collasso della struttura anche solo di un’ora. L’impianto originale della chiesa risale alla fine del Cinquecento e l’impronta, anche per successivi interventi, ricalca nella facciata il più convenzionale neoclassicismo sacrale, improntato ad una modalità campestre, comunque modesto e dignitoso. Gli interni, per quanto devastati dall’incuria, mostrano ancora una malmessa tela sopra l’altare e degli affreschi murali sia ai lati che sulla volta dell’abside, sebbene in buona parte irrimediabilmente corrosi dall’azione del tempo. Il resto della costruzione versa ormai in uno stato prossimo al collasso e una veloce visita ai piani laterali e a quello superiore mi hanno confermato la nefasta previsione del cartello di pericolo posto all’esterno. Ho poi appreso, per quanto ovvio, che la chiesa è sconsacrata e chiusa al culto. Nel suo piccolo e nel suo poco da mostrare, questo santuario mi ha comunque offerto degli spunti e dunque ho inteso ringraziarlo con i versi di Robert Smith, frontman dei Cure (secondo me, poeta raffinatissimo quando vuole) che mi sembrano particolarmente adatti a questa chiesa dal destino segnato. Sono parole amare e strazianti, ma sincere nell’allontanare inutili speranze mentre annunciano lucidamente la fine. Come si dice in certi casi: “È preferibile la dura verità a una pietosa bugia”.

 

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