RED HOT CHILI PEPPERS: “Scar Tissue” (1999)
With the birds I’ll share/this lonely view – Condividerò con gli uccelli/questa vista solitaria.
La Caproni di Predappio fu inaugurata nel 1935 per sfruttare al meglio le capacità ingegneristiche e tecniche dei fratelli Caproni, che già operavano in Lombardia con eccezionali brevetti utilizzati già durante la prima guerra mondiale. Dalla fabbrica uscirono diversi aerei “leggeri”, addetti alle ricognizioni. Si trattava di trimotori realizzati in legno su scheletro metallico. Qui furono realizzati anche dei caccia notturni, all’avanguardia per l’epoca, con caratteristiche particolari, quali maggiori armamenti e scarichi silenziati. Nel 1943 fu realizzato l’S.M. 79, soprannominato dagli inglesi il “gobbo maledetto” per la sua particolare sagoma con cui emergeva dal fumo dei bombardamenti. Con le note vicende belliche, l’attività della Caproni si ridusse fino ad arrivare alla chiusura totale nel 1944. Si dice che, una volta occupata la zona dalle truppe alleate, un distaccamento inglese si sia precipitato alla Caproni nel tentativo di mettere mano ai progetti in studio sui ricognitori, tanto per far capire quale fosse il livello di sofisticate conoscenze aeronautiche sperimentate nello stabilimento di Predappio Alta. La visita ai resti dell’azienda, purtroppo decaduta per effetto del tempo e dei saccheggi perpetrati, resta comunque un’esperienza di potente impatto emotivo. Sono entrato sulla sinistra rispetto al fronte della fabbrica, addentrandomi per una trentina di metri lungo un piccolo sentiero e quindi, attraversando un brevissimo tratto della selva che circonda l’edificio, mi sono trovato dentro la struttura. Servendosi con attenzione delle scale in ferro ancora in piedi, si possono visitare tutti i padiglioni della fabbrica, ammirarne le ampie vetrate ed apprezzarne l’ingegno costruttivo che ha conformato l’edificio al dorso della collina su cui si appoggia. È un vero peccato che la parte anteriore della costruzione, originariamente ornata con marmi pregiati che ne seguivano il fronte stondato (chiaro il rimando al Novocomum di Giuseppe Terragni), sia stata in gran parte depredata, anche se quanto rimane basta a colpire per l’originalità. Tante sono le emozioni che suscita un sopralluogo del genere, ma forse la più grande è quando mi sono avviato per un breve percorso segnato dalla selva e sono capitato in quella che credo fosse una sorta di sala riunioni, rettangolare, lunga una ventina di metri, illuminata a intervalli regolari da finestre, di cui ora rimangono le sole bocche aperte. Si tratta della famosa stanza dai muri rosso pompeiano con le gigantesche scritte “Duce” in giallo-ocra ad altezza d’uomo. Non sono certo il tipo da indulgere a nostalgie per il famigerato ventennio, ma, entrato lì dentro, ho capito il fascino perverso del fascismo molto meglio di come sono riusciti a fare i tanti libri di storia letti sul periodo. Senza internet, facebook, twitter e what’s up, Mussolini aveva capito tutto della pancia degli italiani, che purtroppo non mi sembra sia molto cambiata da allora.


