SHAKIN’ STEVENS: “Shooting gallery” (1980)
You get one shot for money the other for free/and if you want it, you got it,/you’ll get it from me./Shoot, shoot, shootin’ gallery,shoot, shoot, shootin’ gallery,/shoot, shoot, shootin’ gallery,/set your body free. – Hai un colpo a pagamento e l’altro gratis/e se lo vuoi, ce l’hai,/lo avrai da me./Spara, spara, al tiro a segno,/spara, spara, al tiro a segno,/spara, spara, al tiro a segno,/libera il tuo corpo.
Fiutando l’onda del momento, Shakin’ Stevens ebbe una fugace notorietà nel biennio 1980/81 riprendendo gli stilemi del rockabilly, anche se questa importante radice del rock viene tuttora praticata da gruppi di più elevato spessore musicale. La mia scelta però è stata determinata dal testo, assolutamente calzante per il tema dell’esplorazione, riferito a un divertimento molto praticato a partire dal periodo unitario post risorgimentale. Infatti, le prime tracce ufficiali di questa attività partono dalla “Società per il Tiro a Segno Nazionale”, che fu costituita nel 1861 per coordinare l’addestramento all’uso delle armi da fuoco dei giovani delle nuove regioni annesse al Regno d’Italia. Con la legge 2 luglio 1882, n.883, fu costituito il Tiro a Segno Nazionale che nel 1894 diede origine alla Commissione Centrale del Tiro a Segno Nazionale, trasformatasi nello stesso anno in “Unione dei Tiratori Italiani”. L’11 novembre 1910 l’organismo assunse la denominazione di Unione Italiana di Tiro a Segno e nel 1919 entrò a far parte del CONI. Nel periodo 1930-1936 tre leggi modificarono l’organizzazione e le finalità del Tiro a Segno Nazionale, orientandole decisamente a finalità di esercitazioni e addestramenti a scopo bellico. Cessato il regime fascista, i tirassegno tornarono ad essere dei semplici poligono di tiro per piccole armi da fuoco a scopo unicamente sportivo, ma già con gli anni cinquanta persero molta della loro centralità, sostituiti dal tiro a volo o al piattello sotto l’egida di associazioni sportive operanti sul territorio nazionale. Le aree destinate al tirassegno, quasi tutte all’aperto, furono man mano inglobate nei territori urbani, fatalmente assorbite dalla veloce e vorace espansione edilizia. Oggi in Italia residuano pochissime aree in stato di abbandono in cui ancora riescono a cogliersi i segni della funzione originaria. Una di queste è nella nostra regione ed è ancora capace di mostrare, sia pure con i pesanti segni del tempo, le diverse fasi della disciplina sportiva cui era diretta. L’area è quella sottostante a un polo sportivo cittadino, anche se da decenni gli unici colpi che si riconoscono sono quelli delle rumorose schiacciate di quanti vi praticano la pallavolo. L’ingresso al tirassegno è annunciato da due casette di forma cubica del primissimo novecento, che in piccolo ricordano vagamente quelle dei botteghini degli stadi calcistici degli anni trenta che ne imitarono la tipologia. Le due casette furono sormontate qualche decennio più tardi da una struttura a ponte che le univa, questa di chiara epoca fascista, sia per la pretesa monumentalità del manufatto che per il materiale utilizzato (cemento armato). Addentrandosi nel camminamento, ora un prato semi incolto, si trovano su ambo i lati del percorso di poche centinaia di metri dei grandi pannelli verticali, alcuni in mattoni ed altri in cemento armato, che avevano il compito di indicare gli obiettivi da colpire e sostenere l’urto dei colpi. Saltuariamente il sito è stato temporaneamente ripulito per ospitare iniziative pubbliche ad opera di gruppi ed associazioni civili locali, ma in sostanza l’area si presenta in abbandono, nonostante il suo recupero non sembri difficile e non necessiti nemmeno di chissà quale esborso, da concentrare eventualmente solo sulle due casette all’ingresso, prima che i rovi le avvolgano completamente. Questo sì che sarebbe un bel colpo!
