Una lenta agonia

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by Chiedi alla Polvere

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Luglio 4, 2026

ROLLING STONES: “I am waiting” (1966)

I am waiting, I am waiting,/oh yeah, oh yeah./I am waiting, I am waiting,/oh yeah, oh yeah,/waiting for someone to come out of somewhere,/waiting for someone to come out of somewhere. – Sto aspettando, sto aspettando,/oh sì, oh sì./Sto aspettando, sto aspettando,/oh sì, oh sì,/in attesa che qualcuno venga fuori da qualche parte,/in attesa che qualcuno venga fuori da qualche parte.

Attirato dalla presenza di un affresco, sono riuscito a rintracciare una piccola chiesa campestre che dista pochi chilometri da un paese del fermano. La chiesa, edificata nel XIV secolo, fu ampliata nel 1626 (curiosamente quattro secoli fa esatti), data che campeggia al centro dell’affresco murale, ora piuttosto sbiadito, che rimane seminascosto dietro l’altare e parzialmente ingombrato da un mobile appoggiato su un suo lato. Il pezzo forte dell’esplorazione è quello, anche se la statua della Madonna appoggiata sull’altare mi è parsa di non disprezzabile fattura. Il resto della chiesa, già da tempo utilizzata solo saltuariamente per i riti consueti, suggerisce un veloce abbandono, probabilmente causato dalle pessime condizioni della canonica che le sta addossata. Ho rintracciato degli opuscoli religiosi datati luglio 2016, probabilmente coincidenti con l’ultima celebrazione effettuata, circa un mese prima del grande botto che ha devastato anche queste zone. Oggetti vari sono ammassati alla rinfusa nella piccola ansa absidale sottostante l’affresco, ultime tracce visibili della fuga dal luogo. San Gualtiero, cui la chiesa è intitolata è sempre stato un culto molto sentito da queste parti. La sua esistenza, scorsa in un periodo vago fissato tra l’XI e il XII secolo, è stata ricostruita come dedita allo studio, al lavoro manuale e alla preghiera. Salvo quest’ultima, avrebbe potuto essere una di quelle improntate alle massime di Mao Tse Tung, eppure la storia della vita di Gualtiero, caratterizzata da un costante soccorso agli ultimi e ai bisognosi, cui offriva riparo e conforto, sembrano giustificare la profonda devozione di cui ha sempre goduto in queste zone rurali. Perciò, dedico a lui il delicato brano in esergo dei Rolling Stones, una gemma rara ma non unica del gruppo, desunta da quel 33 giri seminale che è stato “Aftermath”. Il pezzo viene definito da molti come psichedelico, ma io credo sia piuttosto una melodia malinconica, segnata da un basso lento e vigoroso, da chitarre acustiche con cadenze folk e, soprattutto, dal dulcimer magistralmente pizzicato dal genio di Brian Jones, che disegna un’armonia originalissima. I critici hanno spesso indicato l’oscurità del testo come una stranezza incomprensibile nella storia del gruppo. In realtà, secondo me, il richiamo all’attesa della morte è il motivo centrale delle parole e non è casuale che il brano termini con un fade out insolito nell’esperienza musicale dei Rolling. Purtroppo anche questo luogo pare destinato a dissolversi col tempo, slow or fast come è mormorato nell’ultima strofa del pezzo che introduce la scheda.

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