BRUCE SPRINGSTEEN: “I wanna marry you” (1980)
Little girl, I wanna marry you, oh yeah,/little girl, I wanna marry you, yes I do,/little girl, I wanna marry you. – Ragazzina, voglio sposarti, oh sì,/ragazzina, voglio sposarti, lo voglio davvero,/ragazzina, voglio sposarti.
Un’elegante villa palladiana sulle colline maceratesi, che ha avuto una storia molto movimentata durante la seconda guerra mondiale, è la meta di questa esplorazione. L’imponente edificio, che visitai anni fa durante una delle giornate del F.A.I., ha interni raffinati, ma ormai gli accessi sono rigorosamente inaccessibili, anche se la cosa non mi ha distolto dal visitarlo di nuovo per ammirare le sale dedicate all’attività di alta ristorazione per banchetti nuziali. Questa gestione fu appannaggio di un noto imprenditore locale che vi spostò parte della sua attività in attesa di perfezionare i lavori di ampliamento avviati sull’area antistante al proprio ristorante, distante solo pochi chilometri dalla villa oggetto dell’esplorazione. Percorro una decina di metri su uno stradello laterale all’ingresso principale e mi inoltro facilmente nella selva in cui sono presenti diverse specie arboree rare, tutte censite e identificate, non da me ovviamente. La villetta staccata dal complesso principale, probabilmente desinata a dimora occasionale del custode, è silenziosa e apparentemente disabitata, sebbene un’auto in sosta m’impone cautela nel passare in un breve tratto scoperto. Nessun problema, alla fine. Rientro nel bosco seguendo un percorso al riparo e raggiungo in pochi minuti la parte che mi interessa. Il cancelletto in ferro battuto che introduce alla sala ricevimenti è aperto e sono subito nell’ampio spazio destinato a raccogliere i commensali, coincidente con il primo grosso terrazzamento del bosco. Le tende che un tempo velavano la vista sulla selva sottostante ora pendono malinconicamente, a malapena ancorate su vari punti, e in parte invadono il centro del salone. Alla rinfusa, oggetti di servizio sono accatastati alla bell’e meglio qua e là. Solo le innumerevoli sedie thonet hanno trovato riparo addossate al muro, ricoperte da una coltre di foglie ingiallite e marcite. Poco più in là, due piccoli mobili addossati ai rispettivi specchi fungevano da appoggio per i bagni della clientela. Sul lato opposto, si trovano le cucine ed è lì che scovo due reperti davvero curiosi, ossia il menu dell’ultima cena, datata 6 ottobre 2019 (dunque poco prima dell’arrivo del covid), e una nota dell’assegnazione dei posti, regolati secondo rigidi criteri di appartenenza geografica nel rispetto delle località di residenza dei clienti, definendo un sistema che non lasciava nulla al caso. Alcuni appunti in calce mi fanno ipotizzare che i vari tavoli fossero assegnati a camerieri di natali uguali o vicini a quelli dei commensali delle singole tavolate, tanto per rimarcare l’attenzione a un aspetto che poteva favorire un servizio più fluido. Me ne torno indietro soddisfatto, nonostante l’esplorazione forzatamente ridotta. Transito nuovamente nell’unico breve punto scoperto, evitando di proposito il sentiero più in alto ma più lungo, e vengo investito da una selva di latrati, furiosamente dedicatimi dai due cani da guardia che evidentemente all’andata dormivano della grossa. Mi rifugio di corsa nell’unica parte al coperto inerpicandomi tra le frasche e i latrati cessano. Pago la mia salvezza con una dolorosa strisciata sulle spine dei ligustri. À la guerre comme à la guerre, diceva Samuel Beckett, ma la mano destra sanguina e per la prima volta in vita mia mi trovo a maledire i cani.


