La villa dell’addio

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by Chiedi alla Polvere

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Febbraio 25, 2026

EVANESCENCE: My immortal” (2003)

These wounds won’t seem to heal,/this pain is just too real./There’s just too much that/time cannot erase. – Queste ferite sembrano non guarire,/questo dolore è troppo reale./È semplicemente troppo/perché il tempo possa cancellarlo.

 

Quando iniziai a fare urbex, ormai dodici anni fa, lo feci mosso dall’intenzione di sperimentare un nuovo tipo di fotografia, una sorta di still life applicata all’abbandono. Ben presto, però, a questa motivazione estetica in senso lato se ne è affiancata un’altra, non meno importante: la curiosità di ricostruire le storie che erano dietro quegli abbandoni. Ogni luogo, sia esso industriale, di alta architettura o privato, ha comunque una storia da raccontare, spesso nascosta o di non facile recupero, ma sempre meritevole di un’indagine che possa svelarne almeno i contorni essenziali. Il sopralluogo effettuato pochi giorni fa riguarda una villa che nasconde un passato doloroso, addirittura dall’epilogo tragico. Per la prima volta da quando pratico l’urbex, ho dapprima ricostruito la storia che è dietro il luogo e solo dopo mi sono dedicato ad individuarne l’ubicazione. I più tra quanti si sono cimentati prima di me in questa esplorazione hanno avuto sentore di essersi inoltrati in un terreno scivoloso da trattare e si sono rifugiati in ipotesi incerte sul passato del luogo o, peggio,  si sono autocensurati per non evocare lo sgradevole e doloroso fatto che ha contribuito a scatenare l’abbandono. Io invece, ferma restando la buona fede della maggior parte di quanti hanno trattato l’argomento, credo sia opportuno e più corretto definire le linee di quella che a tutti gli effetti ha i connotati di una tragedia, sempre ovviamente nel rispetto dei dati sensibili e di un’umana pietà che non mi permetteranno di evidenziare nomi o luoghi. La storia stavolta comincia dalla fine. Sono i giorni che precedono il Ferragosto del 2010, quando i carabinieri del luogo in cui è ubicata la villa, allertati dagli amici e conoscenti preoccupati del silenzio del proprietario, scoprono all’interno dell’abitazione il suo corpo esanime. Il suicidio sembra essere stato causato dall’assunzione di barbiturici. Questa è la notizia scheletrica riportata dalle scarne agenzie dell’epoca. Del resto, sono giorni di svago per la maggioranza delle persone, ancor più lungo il litorale che dista pochi chilometri in linea d’aria dal boschetto in cui si nasconde la villa. Le indagini tese a ricostruire le ragioni del gesto trovano immediato riscontro in una lettera che la vittima ha lasciato agli amici. Ma c’è di più, dato che il profilo Facebook dello scomparso evidenzia i molteplici tentativi per vendere quanto utile per racimolare denaro, anche a costo di separarsi dalle amatissime moto, sua passione da una vita. Si scoprirà che esistono debiti di una certa consistenza con le banche, in parte originati anche da vecchie pendenze della famiglia, un tempo facoltosa e poi precipitata in difficoltà finanziarie. L’esame del profilo Facebook della vittima evidenzia le diverse stazioni di questa via crucis e i tentativi, purtroppo vani, per risolvere i problemi. Il 28 luglio, quindi appena una decina di giorni prima del gesto estremo, la vittima scriveva l’ultimo messaggio social, dicendo di trovarsi in bilico. Quando sono entrato nella villa col mio sodale di esplorazioni, varcando la soglia completamente spalancata, ripensavo a quelle profetiche ultime parole. Di solito, col mio compagno di avventure, nelle esplorazioni teniamo un basso profilo, fatto di poche parole pronunciate a bassa voce, ma stavolta la visita è stata insolitamente silenziosa rispetto a tutte le altre. Ho riconosciuto le stanze presenti nei diversi video, in cui il peso del tempo, le muffe che avanzanoi e molti oggetti che forse sono stati preda di mani rapaci, rendono il senso perfetto dell’abbandono. Non ho avvertito presenze o voci, come quanti si sono cimentati con i K2 o hanno allestito in passato sedute spiritiche nel luogo. In questo caso, credo di poter dire che il molto tempo trascorso dall’inizio dell’abbandono ci ha preservato da questo discutibile folklore. Ce ne siamo usciti col cuore gonfio di amarezza, ma con la consapevolezza di una storia che andava raccontata, stavolta con un peso assolutamente preminente rispetto al contenuto fotografico. Nel mio piccolo, ho voluto dedicare alla memoria dello scomparso un pezzo tragico, eppure delicato, degli Evanescence, un gruppo alternative metal dall’originalissimo gothic, guidati dall’impeccabile voce da mezzosoprano di Amy Lee. Il brano parla dell’impossibilità di liberarsi dal ricordo di un grande amore o di una persona perduta. Oggi ci sono alcuni standard che utilizziamo per arginare il dolore: r.i.p., buon viaggio, ovunque tu sia. Sono tutte terminologie che tentano di definire la perdita in una dimensione altra, che non è quella che viviamo ma che ci consente uno spiraglio di speranza. Se penso alla disgraziata fine del protagonista di questa storia ritrovata, mi viene in mente un saluto più diretto e di una confidenza che sconfina nella familiarità: Addio.

 

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