Piatto di recupero

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by Chiedi alla Polvere

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Settembre 12, 2026

 

TRIFFIDS: “Too hot to move, yoo hot to think” (1989)

And from this window, I can see the street below,/ I can hear the hit parade on the radio./There’s dirty dishes piling up in the sink,/but it’s too hot to move, and it’s too hot to think. – E da questa finestra posso vedere la strada sottostante,/posso sentire la classifica dei successi alla radio./Ci sono piatti sporchi che si accumulano nel lavandino,/ma fa troppo caldo per muoversi, troppo caldo per pensare.

 È dai primi di luglio che non posto più schede, ma il caldo feroce di questi mesi estivi mi ha dissuaso da ogni tentativo. Va tenuto presente che il viaggio in auto può essere la parte più fresca (grazie all’aria condizionata che ti vizia), ma quasi sempre i luoghi da scovare rimangono fuori mano rispetto alle strade da percorrere e, una volta che si riesce ad entrare, l’aria diminuisce e l’umidità aumenta a livelli impensabili. Insomma, mi sono preso una pausa, ma non vedo l’ora di ricominciare, sempre che l’afa lo consenta. Per interrompere il digiuno, un po’ come una massaia previdente che ripresenta la pasta avanzata (arruscata, secondo l’ètimo napoletano) del giorno prima, ricorro ad un’esplorazione che credo risalga a circa quattro anni fa, dunque in una delle pause intermittenti della pandemia. Ricordo che ero col mio consueto sodale di avventure, con cui mi avventurai per un tour nel fermano. La chiesa che presento non aveva molto di meno da offrire rispetto alle altre finte nel carniere, ma l’avevo scioccamente scartata perché per entrare avemmo bisogno del fattivo intervento di due volontari della locale pro-loco che stavano ripulendo il prato circostante l’edificio, i quali, constatate le nostre intenzioni, tirarono fuori le chiavi e ci fecero la cortesia di autorizzarci per una visita di pochi minuti. Il sopralluogo, del resto, non avrebbe necessitato di una durata più lunga, poiché la chiesa era totalmente disadorna, salvo un affresco sulla parete in alto coincidente col portale d’ingresso, intitolato alla Madonna del Soccorso. Ho poi appurato che l’opera è stata attribuita da più di un esperto a Giovanni Pagani, padre del più noto Vincenzo, molto attivo in zona nel cinquecento. Non sono riuscito a scorgere l’organo del XVIII secolo di pregiata fattura locale, forse rimosso precauzionalmente. L’edificio, a navata unica, si presentava con un letto di macerie e una parte del tetto squarciata con il concreto pericolo di deteriorare le capriate, facendo collassare il tutto. La chiesa, di proprietà comunale, è chiusa al culto da circa 15 anni, attende l’avvio di lavori di recupero, con importo di 450.000 € stanziato nel 2024 dal Ministero della Cultura. Al di là dei valori comportati dall’affresco e dall’organo, quello che mi ha colpito particolarmente è la forma essenziale e rigorosa della chiesa, di classica eleganza per un manufatto del XVI secolo, ancora più valorizzata dalla posizione fuori dalle mura cittadine in un’ampia radura che ospita il cimitero e, molto più di lato, la chiesa in questione che spicca come un gioiello. A questo punto non resta che confidare nella celerità dell’arrivo dei fondi del soccorso ministeriale, perché si concretizzi il vero miracolo, al cui confronto quello del nostro ingresso appare solo un piccolo colpo di fortuna.

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