Avevo novantanove stanze

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by Chiedi alla Polvere

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Ottobre 31, 2017

SOUNDGARDEN: “Room a thousand years wide” (1991).

A thousand doors, a thousand lies,/rooms a thousand years wide. – Un migliaio di porte, un migliaio di menzogne,/stanze vaste un migliaio d’anni.

Questa maestosa villa signorile dalle forme semplici, concepita su due piani nobili e rimesse a terra secondo stilemi di architettura residenziale senza ricercatezze, si trova in un paese in provincia di Ancona, che deve la sua fama alle fisarmoniche. Villa P. è stata la dimora di una famiglia di conti strettamente legata allo Stato Pontificio e non è casuale che la dimora sia stata edificata nel 1830 con i colori vaticani (giallo e nero). Ormai in totale degrado e a forte rischio di crolli, tanto più dopo un devastante incendio che la colpì nel febbraio del 2013, l’edifico si presenta circondato per tutto il perimetro da puntelli e recinzioni che ne impediscono la visita. In realtà, addentrandosi nell’intricatissima selva spontanea che la contorna, con un po’ di attenzione si può scovare un percorso breve ma assai accidentato, seguendo il quale si arriva a una delle pareti laterali della villa. A quel punto basta guadagnare l’ingresso principale e, dal portone in parte divelto dalla furia del fuoco (ma, probabilmente, non solo da quello), si può ammirare uno dei pezzi forti dell’esplorazione, ossia la maestosa scalinata d’accesso di forme neoclassiche che, quantunque malmessa, introduce ai piani nobili (per essere più precisi, al poco che ne rimane) con un impatto visivo di forte suggestione. Al secondo piano si trovano un’ampia sala rossa e un salone verde, adibiti ai ricevimenti. La villa aveva in origine ben novantanove stanze, ognuna con la propria denominazione; fa tristezza pensare che oggi ne siano rimaste ben poche e tutte con vistosi segni di degrado. Nel lato sud dell’edificio vi è una sala con gli affreschi del Ciasca, in cui sono raffigurate le vedute del porto di Ancona e delle altre residenze nelle Marche in capo alla famiglia proprietaria. La singolarità di questa sala è di essere ormai ridotta a una stanza a cielo aperto con gli affreschi alle pareti e i decori sul soffitto devastati dagli agenti atmosferici, tanto che tra un po’ sia gli uni sia gli altri risulteranno indecifrabili. Per quanto riguarda l’esterno, é interessante ricostruire lo stretto rapporto architettonico che la dimora signorile aveva con la corte agricola: questa, rappresentata dall’abitazione del colono, dalla stalla, dalle rimesse, dal forno, dai magazzini, abbraccia la villa sull’intero lato posteriore. Di tutto ciò, comunque, rimane poco, come pure del giardino all’italiana, della limonaia sul versante orientale e del gazebo, il cui stentato scheletro é ormai inglobato dalla selva che ha continuato a crescere spontaneamente. A parte la difficoltà di trovare la via per entrare nel parco incolto e avvicinarsi alla villa, la visita presenta diverse criticità e, una volta tanto, i consueti cartelli che indicano il pericolo di crollo non sembrano l’ormai solito corredo burocratico degli edifici abbandonati. Ecco, dunque, che sono indispensabili guanti, caschetto protettivo e magari anche una torcia, per chi volesse addentrarsi a perlustrare alcune minuscole stanze adiacenti alle principali, tutte immerse nel buio totale. Personalmente, considerato il più che precario stato dell’edificio, una volta tanto non mi sono azzardato ad addentrarmi nei punti all’oscuro e, comunque, consiglio di visitare le stanze in luce usando le dovute cautele del caso, ossia camminando rasente ai muri, perché i pavimenti mi sembrano molto provati dai lunghi anni di abbandono e dall’incendio di pochi anni orsono. Ormai, comunque, se non si agisce prontamente per il recupero dell’immobile, il destino di questa villa appare irrimediabilmente segnato.

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