MARCHE, Sacro

Cala il sipario

Cala il sipario

EDDIE VEDDER: “Far behind” (1998)

My shadow lays with me/underneath the big wide sun./My shadow stays with me as we leave it all,/we leave it all far behind. –  La mia ombra giace con me/sotto il grande sole sconfinato./La mia ombra resta con me mentre ci lasciamo tutto,/ci lasciamo tutto alle spalle.

Gli affreschi, per quanto malridotti, hanno sempre suscitato il mio interesse e questo è stato il motivo che mi ha spinto a visitare una chiesetta del XV secolo sperduta tra un’alta collina del fermano. Il percorso dell’andata è stato tormentato da un finale mozzafiato, dopo che il navigatore ha scelto, come sempre fa, il tragitto più veloce, dirottandomi dalla strada provinciale verso una contrada di campagna che nel finale si è ridotta ad una stradina, sì asfaltata ma dalla carreggiata lillipuziana, tutta tornanti, che serve praticamente a far uscire le auto di lusso dalle ville che attraversa. Quattro chilometri percorsi con una pendenza del 30%, sperando di non incrociare nessuno. Secondo me, i residenti si mettono d’accordo sugli orari delle uscite, altrimenti ci sarebbero sfide all’Ok Corral! San Lorenzo, cui è intitolata la chiesetta mio obiettivo, è indicato come protettore dei cuochi, dei pasticceri, dei rosticcieri, dei lavoratori del vetro, nonché dei bibliotecari e dei librai, ma ipotizzo che, eccezionalmente, lo sia pure dei navigatori devoti a google maps che, impostato per default sui percorsi più veloci (e nessuno mi ha ancora saputo dire se sia possibile definire altre opzioni di guida), sono costretti a transitare anche nei giardini di abitazioni private, schivando bestie inferocite e padroni non sempre accomodanti, in ossequio al geometrico assioma che la via più breve è la retta. Alla fine, sono riuscito ad immettermi su una strada in salita più transitabile, sempre con la pendenza del 30%, che mi ha portato a destinazione in pochi minuti. L’impersonale voce del navigatore mi rassicurava sulla presenza della chiesa alla mia sinistra, ma io non scorgevo nulla. Abbandonata l’auto sul più classico dei greppi, ho esplorato a piedi i dintorni e tra le frondose frasche in alto sono riuscito a scorgere il culmine del campanile a vela delle chiesa che, per il resto, era totalmente avvolta dalla vegetazione e di fatto invisibile. Prima di avventurarmi nell’esplorazione vera e propria, ho dovuto fare conoscenza con tre cagnetti che mi si avvicinavano abbaiando come se non ci fosse un domani. Domato con sprezzo del pericolo le minacce delle tre povere bestie, che cercavano solo coccole, ho avuto modo di incrociare la loro padrona, titolare di un improbabile mini agriturismo locale, cui ho chiesto quale strada mi consigliasse per il ritorno. Mi ha risposto, avvolta dalle spesse volute di una sigaretta che esalava trinciato di broccoli, che avrei dovuto ripercorrere lo stesso percorso fatto all’andata, l’unico possibile. L’esplorazione, a quel punto, era diventato il minore dei problemi. Percorsa una via per campi, ho conquistato l’ingresso su un lato invisibile dal fronte stradale e sono passato con qualche sforzo dal portale semiaperto, non avendo ancora notato l’ampio squarcio presente lateralmente all’unica navata. La facciata, rinforzata dopo il terremoto del 1997, resiste ancora, ma tutto il resto è preda del più sconfortante abbandono. Gli interni sono vuoti e gli affreschi fanno timidamente capolino tra le impalcature che tentano di arginare il crollo dell’abside. A malapena è riconoscibile il volto di San Lorenzo, comunque sbiadito, e poco altro. Il tetto è completamente crollato e lesioni profonde sono visibili su tutto il perimetro delle mura. A terra, proprio sotto l’altare, giace una piccola croce in ferro, sbalzata lì da chissà dove, che dà il segno tangibile dell’abbandono. Terminata l’esplorazione, me ne torno in auto dove almeno mi attendeva una borraccia d’acqua fresca per tentare di mitigare l’arsura di una giornata fattasi caldissima. Dopo la bevuta, ho deciso di abbandonare le indicazioni del navigatore. Avrei tentato di seguire l’unica strada somigliante a questo termine, sperando che mi conducesse alla provinciale. La percorro e dopo pochi chilometri incontro finalmente un segnale che mi dà conferma della terra promessa. Mi ritrovo tra cantieri aperti per lavori, semafori a regolare il traffico alternato e gli usuali, noiosissimi, incolonnamenti che stavolta danno la certezza di essere sulla via di casa. Mi concedo un ritorno musicale e faccio fare vacanza pure al navigatore, che forse ne ha bisogno. Anzi, in futuro potrei sostituirlo con questo paradosso di Ennio Flaiano: In Italia la linea più breve tra due punti è l’arabesco.

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