Castelli in aria

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by Chiedi alla Polvere

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Febbraio 15, 2019

JIMI HENDRIX: All along the watchtower (1968)

All along the watchtower/princes kept the view,/while all the women came and went/barefoot servants too./Outside in the distance/a wild cat did growl./Two riders were approaching./The wind began to howl. – Lungo le torri di guardia/i principi stavano all’erta,/le dame andavano e venivano/come il personale di servizio./Lontano, in aperta campagna,/una lince ringhiava./Due cavalieri si avvicinarono./Il vento incominciò a fischiare.

“Pitì brutto se vede dappertutto”, recita un vecchio detto delle campagne settempedane, piuttosto ingeneroso col castello di Pitino, la cui torre domina la valle del Potenza dall’alto della collina di 660 metri. Oggi di quella che fu la grandezza della rocca di avvistamento, luogo strategico nel medioevo, rimangono i resti, solo in parte restaurati, della cinta muraria che si estendeva per circa 400 metri. Altri interventi di manutenzione sono stati parzialmente effettuati a partire dagli anni settanta del secolo scorso con lavori che hanno proceduto a strappi, tentando di porre rimedio alle maggiori urgenze che si presentavano, ma senza un preciso piano di recupero totale, forse anche per la carenza di fondi. Il castello nei decenni passati è stato più volte alle cronache per furti di cimeli vari e di arredi sacri, violazione delle cripte della chiesa annessa e conseguenti riti satanici e messe nere. L’impatto visivo del complesso medievale, peraltro oggetto dei diversi rimaneggiamenti succedutisi nei secoli, rimane emozionante per chi abbia la pazienza di addentrarsi per gli sterrati di pochi chilometri che conducono al sito. A questo riguardo, consiglio di lasciare l’auto nella minuscola radura prima dell’ultima salita, perché in quel tratto il percorso si riduce a un budello ed è attraversato da solchi profondi. Intendiamoci, avendo un’auto sufficientemente alta, si può anche tentare di percorrere quel sentiero di circa 300 metri, ma, se si dovesse incrociare un altro mezzo nel senso opposto, uno dei due dovrebbe sobbarcarsi una retromarcia ai limiti dell’impossibile: urbex avvisato, mezzo salvato. Un volta giunti a destinazione, merita una breve visita la torre principale di 23 metri, che però non ha ingressi praticabili, perché vi si accedeva solo da cunicoli sotterranei ora chiusi. Merita una perlustrazione la chiesa esternamente ristrutturata, a suo tempo ricompresa nella cinta muraria. L’edificio, risalente alla fine del XVIII secolo, è stato recentemente restaurato all’esterno, ma gli interni non sono stati toccati, se non dalla furia dei ladri e dei profanatori di tombe e cripte, tanto che a terra occorre prestare attenzione alle buche generate da questi trafugamenti. Uscendo alla cinta muraria del castello, si prosegue per un breve e tranquillo sentiero che scopre la vista sul mare, in direzione del Conero. Lì si può valutare appieno lo scempio che è stato perpetrato al vecchio cimitero, il cui impianto è ultracentenario con lapidi risalenti quasi tutte a inizio ‘900, in gran parte con le iscrizioni illeggibili. A terra uno spesso strato d’erba ha ripreso il posto un tempo assegnato alle tombe. Occhio anche qui a qualche possibile buca, sebbene il folto intrico della vegetazione sembra assicurare un’adeguata copertura. Sul lato opposto all’ingresso spicca il colombario, anch’esso totalmente sventrato. Difficile dire se l’opera sia stata dovuta al periodico espianto delle tombe o non piuttosto alla furia iconoclasta dei profanatori, che qui possono aver avuto pieno agio per il loro squallido passatempo.

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