MARCHE, Ville

Eugenia in collina

Eugenia in collina

COUNTING CROWS: “Black and blue” (2002)

Wait for everyone to go away/ and, in a dimly lit room/where you’ve got nothing to hide,/ say your goodbyes. – Aspetta che se ne siano andati tutti/e, in una stanza poco illuminata/dove non hai niente da nascondere,/fai i tuoi saluti.

La storia dei possedimenti Bonaparte a Civitanova Marche inizia dopo l’annessione della regione al Regno Napoleonico d’Italia, determinata dal decreto imperiale di Saint Cloud del 2 aprile 1808. In quegli anni circa cento poderi del territorio civitanovese, in ottemperanza della legge di soppressione delle Congregazioni religiose e confisca dei relativi beni, furono incamerati dal Regio Demanio come Appannaggio Reale e quindi trasferiti come beni personali del viceré Eugenio Beauharnais e dei suoi discendenti. Caduto l’impero napoleonico, il Congresso di Vienna del 1814 stabilì che tutte queste terre non fossero restituite allo Stato Pontificio ma rimanessero ai Bonaparte fino a diventare proprietà privata dell’Imperatore Napoleone III°, a cui veniva assegnata una proprietà di circa 10.500 tavole (all’incirca 1.050 ettari attuali). Nel 1850 alcuni terreni della zona di Civitanova Marche passarono in mano alla famiglia Bonaparte e subito Eugenia Maria di Montijo de Guzman, guarda caso moglie di Napoleone III° (anche al’epoca i conflitti di interessi non se li facevano mancare), diede il via alla costruzione di una sontuosa villa, cui impose il proprio nome, al consueto fine dello svago e riposo, come usava dirsi negli atti notarli dell’epoca. Una data importante è quella del 1920, quando l’imperatrice Eugenia si spense a 94 anni, forse spossata dal troppo svago e riposo. L’ingente proprietà terriera rimase pressoché inalterata per un lungo periodo, almeno fino al boom economico degli anni sessanta, che orientò decisamente investimenti e profitti verso l’industria a scapito delle rendite agricole e fondiarie, finendo col travolgere le stesse proprietà civitanovesi dei Bonaparte, tutte alienate in meno di cinquant’anni. Non è un caso che l’ultimo atto di vitalità di villa Eugenia – sebbene quantomeno discutibile – risalga al settembre 1962, allorché se ne parlò sul telegiornale nazionale per una vicenda di politica estera che aveva al centro Georges Bidault, presidente onorario del Movimento Repubblicano Popolare (una sorta di DC francese), entrato in clandestinità per protesta contro il riconoscimento dell’indipendenza agli insorti algerini da parte di De Gaulle, un tempo suo sodale politico. La chiusura dell’esperienza coloniale, avvenuta dopo lunghi anni di attentati e brutali repressioni, fu il punto di rottura per Bidault, sospettato anche di vicinanza all’Oas, gruppo terroristico  parafascista nostalgico della grandeur francese. Dichiarato decaduto da parlamentare, Bidault pensò bene di rifugiarsi in Italia, che non aveva un trattato di estradizione con la Francia per ragioni politiche. In questo periodo Bidault soggiornò per alcuni giorni appunto a villa Eugenia. Non è da escludere l’ipotesi che lo stesso De Gaulle abbia favorito questo passaggio in ombra per togliersi di torno un personaggio scomodo che, peraltro, esaurito il suo quarto d’ora di celebrità, pensò bene di svernare nella Spagna franchista. Da quella data può farsi iniziare il periodo di decadenza della villa e del suo meraviglioso parco, ripulito pochi anni fa su interessamento del FAI. La villa, purtroppo, è al pressoché totale sfacelo. Residuano soltanto i lunghi muri perimetrali, che hanno mantenuto l’antica eleganza, quantunque ormai ridotti a instabili quinte di una magnificenza perduta  per sempre. Le finestre sono tutte murate o  chiuse con assi di legno all’esterno. Gli interni, puntellati alla meno peggio, sono stati depredati di ogni cosa: crollati i soffitti, residua qualche sparuto soppalco, e il piano nobile, accessibile da una misera rampa di scale, può essere percorso solo con molta cautela e preferibilmente da soggetti non propriamente in carne. Si riconoscono a fatica solo poche stanze di servizio al piano terra, un’ampia area con dei puttini alle pareti e un altare a sarcofago in pessime condizioni che doveva essere la cappella privata e, addirittura, in una zona all’estremo sud dell’edificio, dei riferimenti murali che fanno supporre l’esistenza di una sorprendente attività per la somministrazione di bevande. Come accennavo prima, la villa è in mano ai privati per effetto di un atto di vendita del 1978, più volte contestato da alcune delle amministrazioni comunali che si sono succedute da allora. L’iter giudiziario con continui ricorsi al Tar, opposizioni ai ricorsi, transazioni proposte e rifiutate, è una storia infinita con gli eterni rimbalzi polemici tra i vari rappresentanti degli opposti schieramenti. In realtà l’errore capitale fu commesso proprio nel 1978, quando villa Eugenia, definita dalla Soprintendenza “bene storico, degno di particolare tutela”, fu venduta ai privati senza che ne fossero informati né la Soprintendenza né il Comune di Civitanova, che avrebbe potuto esercitare la prelazione; all’epoca il bene fu venduto per un controvalore attuale di circa 250.000 Euro, cifra ridicola se raffrontata ai costi di allora ma eccessiva per il valore attuale del bene. Il guaio è che, nelle more dei vari giudizi, il bene si è ridotto a un rudere pericolante e, soprattutto, viene il dubbio che nessuna amministrazione comunale voglia in realtà assumersi l’onere dell’esborso, considerata la cifra per il ripristino del bene e della necessaria cura del parco, infinitamente più alta del potenziale rimborso (ora peraltro rinunciato) potenzialmente necessario per riscattarla. Così muore un sogno e villa Eugenia è ormai un rudere a malapena visibile fra un cancello lontano e la selva che l’avvolge, coprendone lo scheletro come un grande velo pietoso.

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