CAMPANIA, Paesi

La cicatrice

La cicatrice

MARIANNE FAITHFULL: “So Sad” (1981)

Strum me hard, strum me fast,/fears sure built into every wall./Looking hard through the glass,/fears sure built in with every waltz. – Scuotimi forte, scuotimi subito,/in ogni muro c’è paura./Si vede a fatica attraverso il vetro,/in ogni valzer c’è paura.

La storia di Apice inizia ai tempi della Roma caput mundi e s’interrompe bruscamente alle ore 19,30 circa del 21 agosto 1962, quando due scosse di terremoto (di magnitudo 6,2 della scala Richter) fecero tremare il Sannio e l’Irpinia, uccidendo 17 persone. Apice fu uno dei centri più colpiti, ma non fu distrutto. A far sgomberare i 6.500 abitanti fu la sentenza dei tecnici del Ministero dei Lavori Pubblici che, nel timore di ulteriori crolli, ne ordinarono l’evacuazione, anche se il paese non si spopolò mai del tutto. Le case di Apice erano generalmente a un piano, due al massimo, tutte rigorosamente configurate secondo la tipologia rurale del tempo: scale interne in pietra, bagni (quando c’erano) solitamente ricavati all’interno di una stanza, al limite protetti agli sguardi da un tramezzo di cartone e, al piano terra, la cucina in muratura col focolare con l’angolo per gli animali. Non sembri inutilmente provocatoria l’affermazione, ma oggi, col senno di chi ha vissuto un’altra epoca, si può dire che Apice è stata salvata da un terremoto, la cui devastante azione ha casualmente impedito che alluminio, plexiglass, insegne luminose, restauri disinvolti e narcisismi architettonici, deturpassero l’aspetto di un luogo che quella terribile notte estiva del ’62 ha destinato a rappresentare fedelmente il paese rurale del sud italiano. L’incredibile silenzio che ti avvolge quando entri nell’abitato si accompagna a quelle piazze e quei vicoli, in cui case e botteghe si alternano mostrando le vecchie insegne scolorite dal tempo, quinte perfette per un’ambientazione di un ipotetico film neo realista. Esiste anche un insolito turismo di ritorno, quello degli anziani che, giovani all’epoca del terremoto, frequentano nostalgicamente il vecchio paese. Io stesso ne ho incontrati alcuni, tutti alla guida vecchie utilitarie scassatissime, sbucate da improbabili sentieri, uno dei quali mi ha salutato con un lento gesto del braccio, dopo aver classificato come innocua la mia presenza, forse rassicurato dall’ingombrante attrezzatura fotografica che avevo con me. Ho ancora netta la visione di quello sguardo profondo e la mano tenuta aperta in alto fuori dal finestrino, mentre la Panda traballando se ne andava.  Nel corso di questi anni si sono susseguiti numerosi progetti di recupero del vecchio abitato, tutti indirizzati alle soluzioni consuete: nuovo centro residenziale e altre ipotesi del genere. A volte, però, anche queste storie possono avere un lieto fine; infatti pochi mesi fa la Provincia di Benevento, siglando un accordo con il Comune di Apice Nuova, ha deciso di avviare un progetto per fare del paese abbandonato quello che già è per naturale accadimento: un museo a cielo aperto. In un’epoca in cui c’è la fila per sottoporsi ai lifting, Apice Vecchia sceglie di mostrare le sue cicatrici.

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