Colonie, EMILIA-ROMAGNA

L’ammiraglia arenata sul Miramare

L’ammiraglia arenata sul Miramare

DOORS: “The crystal ship”  (1967)

The crystal ship is being filled,/a thousand girls, a thousand thrills,/a million ways to spend your time./When we get back, I’ll drop a line. – La nave di cristallo si sta riempiendo./Un migliaio di ragazze, un migliaio di emozioni,/un milione di modi per trascorrere il tempo./Quando faremo ritorno scriverò due righe.

M’intriga molto utilizzare le parole di Jim Morrison per confinare in un angolo quelle, cariche di retorica, pronunciate dal Duce a Rimini il primo di agosto del 1934, in occasione dell’inaugurazione della colonia Novarese, ma non sono riuscito a sottrarmi alla suggestione che la vista dello stupendo edificio mi suscita e che me lo fa immaginare come il Rex felliniano completo delle sue vetrate (v. foto n. 2, relativa a una cartolina dell’epoca fascista) a risplendere sotto il sole, brulicante dei 900 bambini che poteva ospitare. Ammetto di avere un debole per le colonie in generale e particolarmente per alcune di quelle edificate nel ventennio, in particolare per quelle che rimandano al razionalismo contaminato da elementi futuristici. E, allora, quale migliore esempio di una costruzione che simula un transatlantico a cinque ponti, lucente nell’ossatura del suo cemento armato e luminoso per le finestrature continue a nastro? A scanso di malintesi, preciso che la mia passione è totalmente al di fuori da ogni riferimento ideologico o nostalgico del ventennio, ma è un fatto che questo periodo della nostra architettura sia ancora oggi utilizzato da più parti con l’intento di colpire o riabilitare un periodo, che ormai dovrebbe essere consegnato alla storia tragica del nostro novecento, anche se mi rendo conto che la questione è ben lontana dell’essere risolta. È un fatto, però, che alcuni di questi edifici rappresentano un’originale interpretazione del razionalismo architettonico europeo, sia pure a volte declinato, nelle sue realizzazioni più modeste, in forme intonate a un gusto che oggi potremmo liquidare come nazionalpopolare. Secondo me, comunque, la colonia Novarese di Rimini appartiene a pieno titolo alla fascia nobile delle colonie elioterapiche dell’era fascista. Progettata in cemento armato nel 1933-34 dall’ing. Giuseppe Peverelli, la colonia venne realizzata in soli 126 giorni. Per quanto la cosa possa sembrare inverosimile, va considerato che i tempi delle edificazioni pubbliche rispondevano allora a tempistiche velocissime, anche perché non esistevano ostacoli burocratici di sorta che potessero intralciare le direttive del regime; certo è che oggi, tra burocrazia e leggi permissive sugli appalti, in quattro mesi sì e no si riesce a recintare un cantiere o poco più. Costituita da un unico corpo isolato su cinque piani di 117 metri di lunghezza, parallelo alla spiaggia e concluso ai lati da testate arrotondate, la colonia richiama chiaramente la forma di una nave. Le due ali simmetriche dell’edificio sono unite da una scala-torre centrale, che alloggiava il serbatoio dell’acqua, mentre le testate arrotondate comprendevano  le rampe semicircolari per i collegamenti verticali tra le camerate. Queste, infatti, posizionate alle teoriche poppa e prua dell’edificio, sostituivano le scale e permettevano ai piccoli ospiti una salita non faticosa ed un sicuro sfollamento, come indicato dal Peverelli nell’illustrare il suo progetto.  Non a caso le rampe della Novarese richiamano chiaramente quelle del Lingotto di Torino, città di origine del progettista. I servizi di carattere generale erano ospitati nella parte centrale e nel piano seminterrato delle ali adibito nella parte sud a teatrino. I refettori e le camerate si trovavano ai piani superiori. Di tutto ciò non rimane traccia, essendo la struttura inattiva dal 1961, e stessa sorte è toccata agli espliciti riferimenti celebrativi del regime, rimossi nell’immediato dopoguerra. Dal luglio scorso stati avviati i primi lavori di manutenzione e messa in sicurezza da parte di un’impresa che ha ottenuto dal comune locale il compito di ripristinare la struttura, di cui oggi è rimasto il solo scheletro, con l’obiettivo di farla diventare un centro di ricerca scientifico avanzato in campo preventivo, convogliando un finanziamento dedicato fra tre soggetti pubblici e privati. Sarebbe bello assistere al secondo varo del Rex romagnolo, ma, vista la fine che hanno fatto molte iniziative del genere nel Belpaese, la cautela è d’obbligo.

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