PINK FLOYD: “Empty spaces” (1979)
What shall we use/to fill the empty spaces/where we used to talk?/How shall I fill/the final places?/How should I complete the wall? – Cosa dovremmo usare/per riempire gli spazi vuoti/dove di solito parlavamo?/Come dovrei riempire i posti finali?/Come dovrei completare il muro?
Lungo una statale pedemontana dei Sibillini, appena oltre una comoda curva sinistrorsa, ecco comparire la villa padronale cercata sulle mappe. Elegante nella sua sobrietà, si presenta con le rimesse al pianterreno e due piani abitativi marcati da una fila ripetuta di quattro finestre ciascuno. A prima vista, sembra una tipologia tipica della pianta quadrata, ma in realtà sui lati la villa si espande in un lungo rettangolo, che probabilmente era adibito a funzioni sussidiarie, ora ben chiuso e inaccessibile. Sul retro la costruzione è completata da altre pertinenze, anch’esse inaccessibili e in apparente buono stato di conservazione, almeno quanto agli esterni. Una chiesetta, è su un lato a una ventina di metri dall’edificio, anch’essa impraticabile per i danni del sisma del 2016, che ha colpito duramente questa zona. Comunque, l’obiettivo dell’esplorazione è la villa, che presenta il portone d’accesso semplicemente accostato con appeso il consueto avviso “Edificio pericolante”, che per me e il mio compagno d’avventura suona più invitante del veglione di fine anno. Mi aspettavo qualcosa di interessante, ma la visita si rivelerà ancora più fruttuosa di quanto sperassi. Ma procediamo con ordine. Appena entrati, verifichiamo i frequenti collassi in alcune stanze, peraltro tutte laterali rispetto al corpo principale, che riusciremo a percorrere per intero, dato che le scale si riveleranno in ottime condizioni. Questa situazione, alquanto insolita, mi permetterà di ispezionare in altezza tutta la villa, dalle rimesse fino al piano nobile, consentendomi di fotografare ambienti in totale o prossimo sfacelo, anche solo sostando sul limite delle stanze. In altri casi, e sempre con le dovute cautele, ci siamo addentrati dove possibile, dopo aver verificato la compattezza del suolo. L’esame della villa ci ha fatto ipotizzare un abbandono che forse è addirittura precedente al terremoto del 2016, considerati gli oggetti di uso comune molto datati (anni 50-60) oltre agli immancabili reperti che raccontano storie di generazioni precedenti, di solito molto malridotti e spesso marciti, condizione quest’ultima che fa ipotizzare un’azione del tempo precedente a quella dell’ultimo sisma. L’edificio, del resto, porta impressa su un muro esterno la data della sua costruzione (1863) e, sebbene nella villa non siamo riusciti a reperire documenti che attestassero una data certa di abbandono, da notizie apprese dal mio compagno d’avventura qualche giorno dopo la nostra visita, è venuto fuori che la proprietà era di un medico che negli anni 70 fu sindaco del paese vicino, nonché imprenditore agricolo e titolare dell’albergo a poche centinaia di metri da questo complesso edilizio, utilizzato come comodo appoggio per i frequentatori delle terme antistanti, chiuse definitivamente nel 1974. Il proprietario, raggiunta l’età pensionabile, si ritirò nel capoluogo provinciale fino alla sua scomparsa di pochi anni orsono. I due figli vivono da tempo in altre città, una della quali fuori regione, e questo fatto avvalora quanto ipotizzato circa l’effettiva data di abbandono del bene. Accennavo poco sopra che su un muro della villa è indicato l’anno della sua costruzione o inaugurazione, ma la nota particolare riguardante la data è che essa è inserita in una meridiana arricchita da un motto: “Mira o mortal quest’ombra e pensa poi che il tempo va rodendo i giorni tuoi”. Quell’orologio solare meriterebbe, da solo, un restauro, sia per l’originalità dell’oggetto sia per tramandare visivamente l’amara verità espressa nel monito. Dopo aver visionato gli scatti da selezionare, ho deciso di inserire come foto guida per la consueta introduzione della scheda quella che mostra una stanza del piano nobile con i drappi arabescati delle tende marciti dall’implacabile azione del tempo, in omaggio al richiamo della meridiana: un epitaffio perfetto per indicare il destino dell’uomo e delle cose.
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