DON HENLEY: “Dirty laundry” (1982)
We can do the innuendo, we can dance and sing./When it’s said and done, we haven’t told you a thing/We all know that crap is king, give us dirty laundry. – Possiamo insinuare, possiamo ballare e cantare./Alla fine dei conti, non abbiamo detto una cosa./Sappiamo tutti che la schifezza regna, ci danno biancheria sporca.
Ad Ancona si trova un complesso edilizio di circa 89.000 metri quadrati, in capo alla locale Asur, originariamente concepito con destinazione manicomiale. Nel tempo, si è proceduto a ripristinare per le più disparate destinazioni gli immobili esistenti, risalenti alla fine dell’800, anche se ancora residua almeno un 30% delle costruzioni in chiaro stato di abbandono. Tra queste spiccano tre palazzine che furono inaugurate nel 1901, dunque nel pieno influsso dell’Art Noveau, il cui più autorevole ispiratore, Aldof Loos, sosteneva l’assoluta ricerca della funzionalità architettonica con il ripudio di ogni fregio o segno che contrastasse con la destinazione dell’edificio. Non siamo ancora al razionalismo in senso stretto, che seguirà di lì a pochi anni, ma la costruzione visitata lo prefigura con sorprendente precisione. Le palazzine sono costituite da tre cubi seriali di due piani ciascuno, fra essi collegati con corridoi sfalsati in secondo piano rispetto al fronte visivo del complesso. Molto interessanti le luci, assicurate dalle finestre orizzontali che guidano i corridoi e dalle vetrature verticali che, disposte centralmente, dividono nell’ultimo piano una serie di sei aperture a oblò di evidente ispirazione liberty, e contribuiscono a slanciare la struttura con eleganza. L’unica palazzina che consente l’accesso libero è quella centrale, essendo state murate tutte le aperture degli altri cubi. Il pianterreno è tappezzato in buona parte da riviste mediche corrose dal guano di piccione; proseguendo, pur nello sfacelo degli interni, si rintracciano ancora resti di lettighe, sedie a rotelle corrose dalla ruggine, materiale sanitario vario e carrelli rovesciati per lavanderie. Proprio questi ultimi rivelano quella che dovrebbe essere stata la destinazione originaria della palazzina. Infatti, salendo una breve ma scivolosissima scala in pietra, ormai interamente coperta dal guano di piccione, sono arrivato al piano superiore e lì ho avuto la sorpresa più grande: un’enorme stanza in cui, su due grandi tavolacci in legno, debordava, in tutto simile a un blob informe, una massa di lana cardata dai colori improbabili. Mi trovavo di fronte ai resti dei cuscini dei pazienti e la palazzina che stavo visitando era stata a suo tempo la lavanderia del manicomio. La stanza avrebbe meritato molte più foto, ma la presenza di carcasse di piccioni, gatti famelici che si aggiravano sfrecciando in cerca di cibo e, soprattutto, l’odore acutissimo del guano, mi hanno impedito di proseguire più a lungo. Maledicendo la mia leggerezza per non essermi portato le fidate mascherine protettive, ho ridisceso le scale, attentissimo a non scivolare e, schivando l’ultimo gatto che sembrava perfettamente a suo agio in quella poltiglia, ho riguadagnato l’uscita. Un bel respiro profondo: missione compiuta.


