Castelli, MARCHE

Per un pugno di ghiande

Per un pugno di ghiande

NINE INCH NAILS: “March of the pigs” (1994)

The pigs have won tonight./Now they can all sleep soundly/and everything is all right – I maiali hanno vinto stasera./Ora possono dormire sonni tranquilli/e va tutto bene.

La rocca ha un forte impatto visivo e svetta imponente tra la vegetazione che la circonda e dall’esterno non mostra alcun segno vistoso di abbandono. Dichiarata bene di interesse storico nel 1914, fu costruita nel XIV secolo per difendere il territorio di Ancona dalla vicina città di Osimo e rimase di proprietà della città-stato fino al XVI secolo, quando l’acquistò un facoltoso nobile del territorio che voleva farne la propria residenza estiva e un appoggio per la caccia. Nel corso dei secoli il castello ha visto modificare diverse parti, tra cui la più evidente consiste nella scomparsa del ponte levatoio sostituito da un più pratico passaggio fisso in pietra; gli stessi interni, come ovvio, hanno subito trasformazioni in linea con l’uso abitativo, che è durato fino al 1976, data di inizio dell’abbandono effettivo. Giusto a una ventina di metri dall’ingresso, c’é una piccola chiesa privata, edificata intorno all’800. Gli interni, ormai quasi spogli, rivelano un utilizzo ben lontano dall’originaria destinazione militare; non mancano scoperte quantomeno curiose, tra cui il l’angusto bagno con tavolaccio in legno e foro di seduta non certo destinato ad accogliere palle di cannone. Ma, al di là dei riscontri fotografici, la singolarità di questa rocca e della sua storia è dovuta al pascolo di un maiale in cerca di cibo oltre il territorio anconetano con sconfinamento nei contigui terreni osimani. Il fatto, avvenuto nel 1477, costituì motivo valido agli occhi della potente enclave osimana per muovere guerra contro Ancona, al fine di rivendicare la sacralità dei confini e vendicare l’affronto arrecato dall’ignaro suino, individuato di pura razza dorica, che aveva avuto l’unico intento di potersi fare una scorpacciata di ghiande in santa pace. Del resto, va sottolineato che neanche ai giorni nostri le guerre si combattono per motivi tanto più alti o per fatti accertati con sicurezza, tanto che spesso, suppongo per praticità, non si dichiarano neppure. Comunque, è appurato che tra osimani e anconetani non è mai corso buon sangue, tant’è che da documenti del Cinquecento si  attesta: «…esser cosa verissima che quelli i quali nascono in Osimo o del sangue auximano son nati, tutti sono inimici immortali d’Anconitani››. Più chiaro di così! La guerra fu scatenata in quattro e quattr’otto e gli osimani si misero al seguito di un loro concittadino, Boccolino da Guzzone, un intellettuale dei tempi (aveva addirittura studiato matematica), il quale preferì intraprendere la carriera di capitano di ventura, praticamente di mercenario, spinto da una foga belluina e dalla sete di potere che ne segnarono l’intera esistenza. Questi, postosi alla guida di 800 osimani, si misurò contro l’esercito di 4.000 anconetani ed ottenne una clamorosa vittoria dopo averne uccisi 200, fatti prigionieri altrettanti ed essersi impadronito dello stendardo municipale di Ancona, forse l’umiliazione più grande. I resoconti della battaglia danno motivo di questa incredibile sconfitta dei dorici, resa possibile dall’assurda condotta militare delle loro truppe, agli ordini di capitani che avevano della scienza militare del tempo una cognizione che doveva essere molto vicina a quella di un pesce che provi a fare alpinismo. Questa guerra, in realtà di durata brevissima essendosi risolta in un unico scontro, ha trovato tardiva eco nei primi del novecento attraverso un poemetto satirico intitolato “La battaja del porcu“, composto dall’osimano Benedetto Barbalarga. Alla fine, quantomeno, tutte le guerre sono destinate a cessare e così anche i prigionieri poterono far ritorno nell’amata patria dorica, secondo le preziose indicazioni del succittato poemetto: «A quei d’Ancona, quannu che viè l’ora/de saldà i conti, cosa te pretenne?/-Vulete indietro i prigionieri? Allora/famu a cuscì: che ogn’omu se sbaratta/sa un porcu uguale e semu pari e patta››. Per chi non fosse pratico del dialetto osimano, basti sapere che per ogni prigioniero si doveva avere in cambio un porco di peso uguale; tanto per dimostrare che da quelle parti non si serbano rancori di alcun genere e l’umanità prevale sempre. E, che fine fece il buon Boccolino? Continuò a guerreggiare e riuscì pure a conquistare Osimo, autonominandosi Signore, ma fece l’errore di mettersi contro il Papa (a quei tempi non era proprio una scelta saggia), che lo fece assediare per ben diciotto mesi prima di averne ragione. Boccolino riuscì a riparare col suo seguito presso la corte di  Lorenzo il Magnifico, per cui si era battuto anni prima, ma dopo due soli anni di ozi beati, il suo spirito inquieto (ipotizzo, come minimo, un segno zodiacale o un ascendente di fuoco), si trasferì a Milano da Ludovico il Moro. Le cronache qui diventano vaghe, ma pare che Boccolino avesse fatto combutta con alcuni soggetti invisi a Ludovico che, temendo di essere tradito, lo fece appendere. Così, a 44 anni, per Boccolino si compì un contrappasso perfetto: la misera fine del porco.

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