Senza grilli per la testa

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by Chiedi alla Polvere

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Giugno 11, 2019

DIRE STRAITS: “Making movies” (1980)

I wanna live on solid rock,/I’m gonna live on solid rock./I wanna give, i don’t wanna be blocked./I’m gonna live on solid rock. – Voglio vivere sulla solida roccia,/Vivrò sulla solida roccia./Voglio trasmettere, non voglio essere fermato./Vivrò sulla solida roccia.

Superata San Severino Marche, proseguendo in direzione di Castelraimondo lungo la S.P. 361, dopo nemmeno 3 chilometri si devìa a sinistra attraversando un passaggio a livello che immette su una carrareccia. Oltrepassato un piccolo ponte di legno, è bene parcheggiare non appena possibile e proseguire a piedi lungo l’unico sentiero che si inoltra per una boscosa e stretta gola, la Valle dei Grilli. Dopo una camminata non impegnativa di una ventina di minuti, si raggiunge l’eremo di Sant’Eustachio in Dòmora, ora seminascosto dalla fitta vegetazione, di fronte al quale scorre il piccolo torrente omonimo. L’eremo, di cui resta oggi solo la chiesa romanica, alto edificio quadrangolare addossato alla parete rocciosa, è databile con certezza al XIII° secolo, anche se si ipotizza che tracce della chiesa originaria, fatta risalire a due secoli prima, sia stata inglobata nell’attuale presbiterio. La chiesa apparteneva a un potente monastero benedettino, il cui appellativo dòmora (da domorum, delle case), indica l’originaria vicinanza a un villaggio dove alloggiavano gli scalpellini che per secoli lavorarono la pietra calcarea estratta dalle numerose grotte presenti nei fianchi della gola. Il luogo era assai frequentato, anche per l’ospitalità assicurata dai monaci ai viandanti, poiché era presente una comoda strada montana che collegava San Severino a Camerino, percorso assai battuto nel Medioevo. I frati accoglievano sempre quanti volessero riposarsi all’eremo per le fatiche del viaggio senza pretendere nulla in cambio dell’ospitalità assicurata, tanto che in pochi decenni si ridussero all’indigenza. Di sole preghiere non è mai campato nessuno e all’epoca non c’erano Telethon o mecenati (più o meno disinteressati) a sostenere le buone azioni, e così avvenne che, già alla fine del Trecento, l’eremo fosse abbandonato del tutto. Oggi il sito versa in uno stato miserevole: vegetazione infestante ovunque, parziale crollo di materiale lapideo (buttato nel sottostante torrente con le ruspe!) e il ventilato pericolo di veder collassata la volta che contiene il nucleo rimasto dell’eremo. Non è casuale la presenza all’interno di consistenti muffe, assenti al tempo della mia precedente visita del 1994, diretta conseguenza dell’umidità che trasuda dalle pareti e di certe filature d’acqua che compaiono dopo ogni pioggia. Il sito è di proprietà del Comune di San Severino che, per quanto concerne specificamente l’eremo, ha una concessione di 99 anni con l’obbligo del restauro dell’edificio, obiettivo presto abortito per il taglio dei fondi a suo tempo stabiliti. Così muore, pur nell’interessamento di diversi gruppi di appassionati di arte e di camminate, un sito di rara bellezza e originalità per le nostre parti. Le foto danno un resoconto di tutta la parte ora visitabile, essendo state tolte (o divelte?) le reti di protezione presenti fino a un anno fa. Nel resoconto fotografico ho inserito anche le foto (dalla n. 9 alla n. 12) relative alla mia visita del 1994, tanto per dare l’idea di come la vegetazione sia stia impadronendo del luogo e per far risaltare al meglio la bellezza degli esterni Uscendo, ho fatto gli ultimi scatti al portale laterale di accesso alla chiesa, inserito all’interno di un voltone, interamente in blocchi di pietra finemente squadrata. Neanche quello è stato risparmiato dalla foga grafica di qualche occasionale visitatore, che è dilettato anche all’interno della chiesa, sia pure con minor risalto. Tra le tante iscrizioni apposte, per la particolare intensità dell’incisione, letteralmente scavata nella roccia come avrebbe potuto fare solo uno scalpellino di quelli che un tempo lavoravano nelle grotte adiacenti, spicca un Romina ama Paolo, non propriamente improntata al dolce stil novo, che pure sarebbe in linea con l’epoca cui si fa risalire l’eremo. Confesso di aver desiderato che qualche masso cadente possa compiere una volta tanto un’azione meritoria. Forse è giusto che l’eremo di Sant’Eustachio non si mostri più così martoriato e indifeso e crolli come natura comanda, magari accogliendo, se capita, anche solo uno di quei volontari dello sfregio. Amen.

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