MARCHE, Ville

Simmetrie spezzate

Simmetrie spezzate

BEATLES: “Eleanor Rigby” (1966)

Eleanor Rigby picks up the rice/in the church where a wedding has been./Lives in a dream,/waits at the window, wearing the face/that she keeps in a jar by the door./Who is it for? – Eleanor Rigby raccoglie il riso nella chiesa dove c’è stato un matrimonio./Vive in un sogno,/aspetta alla finestra, indossando la faccia/che conserva in una brocca vicino alla porta./Per chi è?

Ne bis in idem  è un brocardo che ha trovato casa nel diritto, ma potrebbe essere riproposto per un’amara considerazione riguardante una prestigiosa dimora storica del maceratese che ho visitato giorni fa. Edificata una prima volta nel XVIII secolo da una potente famiglia locale, il complesso fu raso al suolo dal devastante terremoto del 1799, che le cronache del tempo riferiscono di magnitudo tra l’ottavo e il nono grado della scala Mercalli, l’unica di riferimento all’epoca. Nel 1812 la famiglia del proprietario volle comunque ricostruire la villa sullo stesso sito ed incaricò architetti e pittori locali molto accreditati con lo specifico compito di rappresentare un luogo uniformato allo stile palladiano. L’impatto scenografico del complesso è tuttora assolutamente stupefacente, capace di nascondere a una prima vista le profonde ferite inferte dal sisma del 2016. La prima impressione che si ha è quella di trovarsi ad ammirare un’elegia delle simmetrie già a partire dal giardino in siepi di bosso, che introduce alla scalinata d’accesso alla villa, originariamente destinata a raffinato casino di caccia. Concepita a pianta quadrata, presenta quattro facciate uguali che replicano gli elementi del tempio classico, lesene che sorreggono un timpano e vertice definito da una cupola ottagonale (4×2, ulteriore richiamo simmetrico); il tutto impreziosito da un giallo che il primo sole pomeridiano sembrava voler virare all’ocra. L’ampio terrazzamento al primo livello definisce due spazi che, prima del sisma del 2016, erano destinati ad accogliere i convitanti per banchetti nuziali ed eventi di gala, oltre a giustificare l’esergo musicale all’inizio della scheda. Da questo livello si possono ammirare dall’alto le ripetute simmetrie evocate dal giardino e dalle pertinenze architettoniche che costellano il complesso. Basterebbe già questo a giustificare una visita, ma il meglio deve ancora arrivare. Accedendo al corpo centrale della villa, si apre lo scrigno delle meraviglie, caratterizzato dai vani sempre ossessivamente simmetrici e tutti ingentiliti dai dipinti parietali di rigorosa impostazione neoclassica con richiami evidenti a motivi floreali e arcadici. Una vista stupefacente, che costringe a torsioni del collo per ammirare le pittura e le incantevoli geometrie architettoniche; purtroppo, questo primo accenno di sindrome stendhaliana si mescola fatalmente con la dolorosa constatazione delle gravi mutilazioni inferte dal sisma all’edificio, costretto a sopportare, per la furia del terremoto, una rotazione della parte superiore rispetto a quella rimasta ancorata alle fondamenta, con conseguente distacco di importanti elementi della struttura. Difficile per me, che non sono un tecnico, dire se ci siano possibilità di recuperare questo gioiello. Si parla di interventi che potrebbero comportare un esborso intorno a 7 milioni di euro per il ripristino dell’intero sito, quindi un ammontare che rende le procedure burocratiche post-sisma ancora più severe di quelle ordinarie. Qui si rischia di avere la stessa faccia di Eleanor Rigby, quella, per capirci, conservata in una brocca vicino alla porta. Per la verità, ne ho vista una non lontana dall’ingresso alla villa. Era rotta anch’essa e non l’ho fotografata di proposito. In chiusura, un ringraziamento dovuto. Solitamente chi ha il compito di custodire luoghi fragili ha la ferocia di un pitbull e, per chi esplora, forse è meglio avere a che fare direttamente col cane. A me stavolta è capitato di incrociare una persona affetta dalla mia stessa venerazione, fascinazione o malattia – lascio alla libera interpretazione di chi legge – per gli abbandoni e che, comprese le mie innocenti motivazioni, mi ha fatto da Virgilio nell’esplorazione, permettendomi una visita tranquilla ed appagante. Ora so chi è il protettore degli urbexer: san Jorgo.

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