Colonie, MARCHE

Sole nero

Sole nero

BEATLES : ”Here comes the sun” (1969)

Here comes the sun,/here comes the sun, and I say/it’s all right – Ecco il sole,/ecco il sole, e io dico/va tutto bene.

L’elioterapia si basa sull’azione benefica del sole che viene sfruttata a scopi terapeutici. L’esposizione al sole, se condotta con cautela e gradualità, apporta benefici all’organismo umano, assicurando un effetto antisettico e stimolando la produzione di insulina e la circolazione sanguigna. L’irradiazione assicura effetti benefici sull’emopoiesi e soprattutto combatte il rachitismo, stimolando l’azione della vitamina D. Questo è, a grandi linee, quanto viene illustrato in ambito medico-sanitario sui vantaggi attesi dall’esposizione solare (creme di protezione a parte). Abbiamo una grossa tradizione nazionale di colonie elioterapiche, tanto che la prima fu costituita nel 1856, e ci siamo subito dotati di organizzazione e gestione demandate a banche, opere pie e singoli benefattori religiosi o laici, da cui si evince il carattere privato e lo scopo caritatevole che risultarono prevalenti  fino agli anni venti del secolo scorso. Fu l’avvento del fascismo ad imprimere un deciso e mirato impulso allo sviluppo di questa scelta sanitaria, avocando a sé compiti e strutture finalizzate allo scopo, combinando l’intenzione di “curare le gravi sciagure umane” con quella di “far sempre più forte e più valida la nostra razza”. Il quotidiano “Il falco” così scriveva nel 1927: “I nostri bimbi, mentre vanno progressivamente colorandosi sotto l’azione benedetta di quei raggi, che il sole profonde, ora, generosamente sulla terra a beneficio di noi egri mortali, vanno pure acquistando tanto in salute. I membri e i medici del comitato, che vanno alternando le loro capatine alla colonia, ne ritraggono sempre di volta in volta migliore impressione; e i parenti, che vi hanno visitato i loro cari, parlano tutti con entusiasmo della perfetta organizzazione dell’istituzione e, compresi ormai anch’essi dell’importanza delle cure, lodano poi anche il trattamento alimentare sano e sostanzioso. Poiché non di solo pane vive l’uomo, così non di solo sole e di aria purissima necessita il fanciullo; ma dell’uno e dell’altro fattore: ottima refezione, unita a saluberrima sede elioterapica”. La tronfia retorica di regime, calcando la mano sulla visione compassionevole del fascismo, sottaceva lucidamente l’intento finale, ossia quello di formare il nuovo uomo fascista destinato alle guerre del domani. Animato da un evidente furore agonistico, il primo giorno in giallo covid mi vede pronto col mio consueto sodale a tentare un tour nel pesarese, con un piano di incursioni che non avrebbe trascurato neppure la cuccia di un cane, purché dismessa. Il primo obiettivo è puntato su una cittadina collinare che ospita nientemeno che una piccola colonia elioterapica, la cui fondazione si fa risalire al 1935 (ma la datazione è incerta), destinata ad accogliere per il solo periodo estivo i bambini in età scolare, dunque praticamente quelli facenti parte delle attuali scuole elementari. Fatto insolito, si hanno pochissime informazioni in rete su questa colonia, ma tant’è; l’unica notizia che sono riuscito a rintracciare è quella relativa all’operatività della colonia che sembra essersi protratta fino al 1968, ovviamente sotto l’egida comunale. Ma è un altro il fatto che mi ha incuriosito ed è quello relativo all’intitolazione dell’edificio, in quanto si tratta di una forzatura o, se si preferisce, di un’appropriazione arbitraria operata dal  regime fascista riguardo la memoria di uno sfortunato ragazzo e lo stravolgimento di un plurimo fatto di sangue dalla vicenda controversa. Qui necessita una cronaca: Pergola, 25 giugno 1922, dunque in pieno biennio rosso, quattro mesi prima della famosa marcia su Roma. Le scarne cronache dell’epoca riportano che due carabinieri vengono alle mani col diciottenne Mariano Buratti, figlio di un oste socialista, il quale dopo la rissa prende un fucile e ferisce mortalmente il milite Sabatino Sgavicchia; a quel punto, l’altro carabiniere uccide l’oste Torquato Buratti, intervenuto in aiuto del figlio. L’indomani Pergola è occupata dagli squadristi provenienti da Perugia e Ancona e succede quello che è facile immaginare. In pratica, anche prendendo per buona la cronaca dell’epoca, l’intitolazione della colonia a Sabatino Sgavicchia, avvenuta nel 1935, è solo un maldestro tentativo di appropriarsi della titolarità della memoria di un responsabile delle forze dell’ordine, il cui unico merito sarebbe stato quello di perire sotto i colpi della sedicente eversione rossa. Una sorta di fascista ad honorem, con un’investitura arbitraria per meriti sul campo. Il povero Sabatino, comunque la si pensi, non meritava questo beffardo, oltreché tardivo, ricordo postumo. Forse ho divagato, ma la storia di questa intitolazione mi ha intrigato non poco ed è stato uno dei motivi che mi hanno indotto a visitare la colonia che, debbo dire, non mi ha deluso. Piccola, composta da un piano unico, mimetizzata nella selva collinare, aggraziata nelle forme che alternano i consueti ritmi regolari del caseggiato alla stondatura del corpo centrale, con un ponticello centrale sopraelevato che conduce al terrazzo aperto in superficie, discretamente segnato da una bassa ringhiera tubolare, la colonia rappresenta un esempio originale rispetto alla marzialità che ha sempre connotato le edificazioni del genere. Gli interni sono semplicissimi e i pochi oggetti rimasti sono coevi all’epoca. Non si notano segni di vandalizzazioni e questo è un titolo di merito che va ascritto alla popolazione locale, che si è mostrata comunque rispettosa di un’edilizia che rimanda a una passato scomodo, ma che sarebbe un peccato non prevedere per altre funzioni. Il tour doveva proseguire a tappe forzate e non avevo né il tempo né, tantomeno, la voglia di impettirmi in un  saluto militare col presente urlato con ferocia alla memoria dello sfortunato Sabatino Sgavicchia, ma ammetto che la giornata piovigginosa in cui ho effettuato la visita mi ha suggerito un pensiero meno marziale e più rispettoso.

 

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