Solfuro di mare

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by Chiedi alla Polvere

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Ottobre 15, 2012

JOHNNY CASH: “Don’t go near the water” (1974)

We’re torturin’ the earth/and pourin’ every kind of evil in the sea./We violated nature/and our children have to pay the penalty. – Stiamo torturando la terra/e versando ogni sorta di veleno in mare./Abbiamo violato la natura/e i nostri figli dovranno scontare la colpa.

C’è un lungo tratto di litorale del medio adriatico marchigiano con la ferrovia che corre parallela alla spiaggia e un complesso industriale dismesso da oltre trent’anni a far mostra di sé, come un enorme cetaceo spiaggiato. Quel tratto marino è noto come la spiaggia dei veleni e il cetaceo è la ex Montedison di Marina di M, non lontano da Ancona. La fabbrica occupa un’area di dieci ettari antistanti il mare, tra la statale Adriatica e la ferrovia, ed era composta da tre grandi fabbricati: il primo, alto venti metri, adibito alla produzione dell’acido solforico; il secondo, costruito con strutture reticolari in legno da sembrare una grande capanna, era il magazzino dei fosfati, e il terzo, il più imponente, era il deposito dei fertilizzanti. Poi c’erano gli uffici e gli spogliatoi del personale. Gli stabilimenti, attivi dal 1914, furono abbandonati a prima volta quando, nella seconda guerra mondiale, si sospese la produzione industriale di fertilizzanti. Dopo la guerra, una volta ristrutturati a causa dei danni riportati nei bombardamenti, ripresero a pieno ritmo la loro attività fino al 1985, quando i fumi rossi cessarono per sempre di uscire dalle ciminiere. Attualmente i vecchi alloggi degli operai, compresi nel perimetro, ormai fatiscenti, senza servizi, acqua, luce, sono usati come ricovero dagli extracomunitari, soprattutto rom, che, con cadenza quasi quindicinale, vengono allontanati dalle forse dell’ordine per poi ritornare pochi giorni dopo, nella ripetizione di un rito che sembra rendere omaggio solo alla burocrazia. All’aggravarsi della situazione di micro-criminalità e di disagio abitativo del luogo, nel marzo 2013 una parte delle strutture del sito (le c.d. Arche in legno) crolla, fortunatamente senza vittime ma con un danno estetico piuttosto evidente, se non fosse che il disinteresse delle istituzioni ha reso il fatto piuttosto trascurabile. L’anno successivo la Sovrintendenza Regionale, che nel 2004 aveva sottoposto a vincolo la fabbrica, senza peraltro aver mai preso iniziative concrete per tutelarla, ha multato i proprietari per quasi tre milioni di euro per il crollo di cui sopra. Più di recente il Comune locale si è espresso per avviare i lavori di bonifica e riqualificazione dell’intero sito, ipotizzando il progetto di utilizzo dell’area per un grande polo fieristico, espositivo, turistico e commerciale, l’unico al momento appetibile per alcuni imprenditori potenzialmente interessati. In teoria, potrebbe funzionare e il progetto, qualora fosse realizzato, consentirebbe di recuperare un luogo che è logisticamente strategico, data la vicinanza con l’aeroporto, la ferrovia e l’autostrada. Purtroppo, a smorzare facili entusiasmi, ci sono le chiare parole di una docente di biologia di un ateneo marchigiano, che si è detta perplessa sulle risposte date in materia di bonifica: “Dalla loro hanno la legge ed essendo zona destinata ad uso commerciale e non abitativo, il processo di bonifica non sarà totale, ma adeguato alle destinazioni d’uso”. Questo perché trattandosi di un suolo inquinato da agenti petrolchimici, come da una relazione tecnica del 2001: “… lì non si può costruire e scavare per le fondamenta comprometterebbe più a fondo il suolo”. A questo punto, resterebbe solo l’ipotesi di recuperare un parco e un porto turistico, il che, però, non consentirebbe entrate adeguate a sostenere gli esborsi per una bonifica completa, ammesso che questa possa essere tecnicamente fattibile. Insomma, per quanto posso capirne, credo proprio che il cetaceo spiaggiato potrà dormire ancora sonni tranquilli insieme ai rifiuti tossici che cova sotto di sé.

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