MARCHE, Ville

Trattori e Dostoevskij

Trattori e Dostoevskij

NICK DRAKE: “Time has told me” (1969)

Your tears they tell me/there’s really no way/of ending your troubleswith things you can say – Le tue lacrime mi dicono/che non c’è proprio modo/di metter fine ai tuoi affanni/con ciò che puoi dire.

Devo questa visita alle dritte di un amico urbex di Fano, anche se purtroppo sono arrivato tardi per quello che mi premeva. Mi erano giunte voci circa un breve carteggio tra il conte, proprietario della villa di campagna, e il poeta Giovanni Pascoli, ma il recente crollo dell’intero piano nobile con relativo biliardo, ora pericolosamente sospeso nel vuoto, ha fatto perdere tutto tra le macerie. Come se non bastasse, quasi tutte le stanze a terra hanno gli ingressi ostruiti dalle travi e dai calcinacci caduti, per cui mi son dovuto limitare al poco che rimaneva. Ho tentato ugualmente la salita per le rampe di scale, ridotte a una sorta di scivolo informe, ma solo per verificare la totale scomparsa dei piani alti, tanto che, dopo poche frettolose foto, me ne sono tornato sui miei passi. Una volta al pianterreno, mi sono limitato per lo più al corridoio d’ingresso, che ospita un Fiat 700 b, un trattore degli anni trenta che ha dato il soprannome con cui questa villa è nota in ambito urbex. Le pareti sono tutte percorse da decorazioni di impronta liberty che, a una vista più attenta (il pomeriggio era molto buio e la luce scarsa), si sono rivelate essere carta da parati. Gli affreschi, infatti, sono presenti solo sull’altissimo soffitto che sovrasta il corridoio, verso il quale ho scattato qualche foto, notando alcuni preoccupanti squarci che mi hanno convinto a non prolungare più di tanto la mia visita e a rimpiangere il caschetto lasciato in auto. Uscendo, ho visitato la cappella della villa, spoglia e piuttosto ordinaria, in cui troneggia una statua di Sant’Antonio con relativo maialino ai piedi, nel pieno rispetto della tradizionale devozione campestre. La visita mi ha lasciato sconcertato, sebbene non sia la prima volta che abbia visitato edifici prossimi alla fine per ragioni che ricorrono spesso (eredità contrastate, proprietà frazionate tra più soggetti, litigiosità delle parti, insopportabili costi di manutenzione, vincoli eccessivi, etc.). Stavolta, però, quello che mi ha amareggiato di più è stato l’aver constatato il totale disinteresse degli eredi o di chi era investito della cura dell’immobile a una normale salvaguardia delle poche carte, lettere, foto, documenti, alcuni dei quali di valore storico, che facevano parte del vissuto della villa e che facilmente avrebbero potuto essere conservati altrove. Salvare l’immobile sarebbe stata impresa titanica e finanziariamente impossibile, ma il resto era alla portata di chiunque. “La bellezza salverà il mondo” faceva dire Dostoevskij al principe Miškin nel suo L’Idiota, ma la bellezza può essere tale solo negli occhi e nell’animo di chi la vede e la sente. Attualmente però vanno di moda, tanto agli alti livelli quanto nel senso comune, altre semplificazioni buoniste o la stucchevole retorica del genere “andrà tutto bene” e si lascia che le cose prendano supinamente il loro verso, fidando magari nella clemenza della sorte, in un’imponderabile azione della natura o in qualche imprevedibile intervento più in alto, non escluso l’italico stellone. Non credo che l’ottimismo a tutti i costi, tanto quanto una propensione fideistica nella natura o in qualcos’altro di idealmente superiore porti necessariamente a risolvere i problemi, e questo vale anche per l’urbex. E’ sempre l’uomo al centro di tutto, certo uno con lo spirito dell’idiota dostojevskiano, dunque il puro; il che, nel modo d’oggi, equivale a raffigurare il perfetto fesso. Che sia proprio lui l’abbandono da fotografare?

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