MARCHE, Sacro

Zoccolanti antennati

Zoccolanti antennati

BOB DYLAN:  “Not dark yet” (1997)

I can’t even remember what it was/I came here to get away from./Don’t even hear a murmur of a prayer./It’s not dark yet, but it’s getting there. – Non ricordo neppure da cosa stessi fuggendo/quando sono giunto qui./Non odo nemmeno il mormorio di una preghiera./Non è ancora buio, ma presto lo sarà.

La prima uscita dopo il lungo stop arancione per il covid non può oltrepassare i confini regionali, ma io mi sono limitato appena a una quindicina di minuti in auto per raggiungere un colle prospiciente una nota cittadina del maceratese. La visita ha riguardato un convento molto conosciuto in zona, da tempo inaccessibile per via dei lavori di messa in sicurezza della struttura, provata dalla pluridecennale incuria e dalla forza dei più recenti terremoti che hanno colpito il territorio. Un breve riassunto della storia del monastero parte dal 1510, anno di fondazione, e quindi l’affermarsi del convento come studio (né più né meno di una università dei giorni nostri) con prestigio crescente fino a tutto il 1600; dopodiché, una terribile pestilenza e il disastroso terremoto del 1703 riportarono il luogo ad essere la soltanto la casa degli originari frati zoccolanti, senza più pretese di speculazioni filosofiche e teologiche. Come tutti i luoghi di culto, il monastero seguì la sorte imposta dal decreto napoleonico del 1810 e il sito fu incamerato dal demanio pubblico. Fu solo nel 1860 che gli zoccolanti si insediarono nuovamente nel monastero, ma solo sette anni più tardi ne furono definitivamente espulsi a seguito delle legge italiana sulla soppressione degli ordini religiosi e l’immobile nel tempo fu adibito alla più svariate funzioni: lazzaretto, addirittura coltivazione dei bachi da seta, ospitalità per i profughi della disfatta di Caporetto (1917), quindi rifugio per gli sfollati durante la seconda guerra mondiale e, per tutti gli anni cinquanta, ricovero per le famiglie indigenti del territorio. A quel punto sopravvenne il lento e inesorabile declino, che fatalmente ha coinvolto la stessa struttura. Oggi, dopo i lavori di puntellamento che hanno riguardato l’intero edificio, il monastero, seppur incerottato, appare più stabile, salvi i danni più seri concernenti i crolli parziali che hanno interessato la cappella che si apre sul lato destro del presbiterio di ciò che resta dell’affascinante chiesa di Santa Maria dei Monti, parte integrante dell’intero complesso. La visita al chiostro ed ai piani superiori del monastero, tutti interamente ripuliti e puntellati, non ha offerto particolari spunti fotografici, che ho invece trovato nella chiesa dal soffitto interamente mancante e, ancor più, nella cappella laterale al presbiterio immersa nel buio e precariamente puntellata, che ha scoperto il suo lato nascosto al mio flash, rivelando la volta interamente affrescata con lunghi tratti ancora molto vivi e, purtroppo, segnata da crolli già avvenuti o contenuti a fatica da impalcature di sostegno. Sul lato opposto a questa volta, ho rintracciato, sopra la porta che immette al chiostro, una frase latina, parzialmente incompleta, completata grazie a una casuale reminiscenza dei miei incostanti studi liceali che mi ha riportato alla traduzione di un noto passo delle Confessioni di Agostino: “de peccato damnavit peccatum in carne”, ossia “a motivo del peccato, ha condannato il peccato nella carne”. Questa frase, tratta da un’Epistola ai Romani, costituì uno dei cavalli di battaglia di Agostino per confutare le tesi di Pelagio. Agostino, da lì in poi identificato come l’Aquila di Ippona, oltrepassò l’interpretazione letterale di quello stralcio per giungere alla tesi teologica secondo cui occorre superare la mera identificazione fisica della morte e approdare al livello superiore di chi vive nello spirito e non nella carne, che è comunque destinata a deperire e morire, anche se vissuta nelle forme del Figlio di Dio. Ovviamente questa è solo una delle tante interpretazioni date a quello scritto dai Padri della Chiesa, che del resto avevano più correnti dei nostri partiti.  Soddisfatto del mio casuale approccio latino, soprattutto per l’azzeccata traduzione (fatto ben più raro), esco dal monastero e, dopo avere strisciato al di sotto della porta d’ingresso, uno scomodo buco sporco e polveroso, mi ritrovo all’aperto. Scatto un’ultima foto all’esterno dell’imponente facciata (la n. 3 del set che presento) e faccio caso per la prima volta a un’antenna che non avevo notato entrando. È un mastodonte con una stentata piantina a terra che ha il preciso e dichiarato compito istituzionale di ricoprirla interamente nel tempo, confidando nell’amorevole abbraccio delle sue volute rampicanti per avvolgere i trentasei metri dell’altezza del pilone. Alla faccia  dell’Aquila di Ippona! Le varie giunte comunali che si sono succedute negli anni si sono tutte trovate di fronte a questo problema e nessuna ha saputo risolverlo definitivamente. Addirittura, un’altra antenna è stata rimossa da una zona più popolata per essere sostituita da questa che fa mostra di sé su un lato della facciata principale del monastero. Il tutto al modico canone di 6.000 € all’anno che la Telecom verserà nelle esauste casse comunali. Le polemiche fioccano a iosa, ma la cosa più grottesca sono le giustificazioni addotte per giustificare la scelta. Si è arrivati a sostenere che, essendo l’irradiazione delle onde di natura orizzontale, non sussisterebbero rischi per la popolazione. Mi sono dovuto studiare la faccenda e, nella mia totale ignoranza in materia (ma mi pare di essere in buona compagnia), ho appreso che l’irradiazione delle onde telematiche procede con un c.d. effetto faro, dunque con azione a cono progressivo e crescente, e che comunque la caduta delle stesse tende a coprire random tutti gli spazi sottostanti, avendo presente che comunque resta interdetta la c.d. zona di rispetto immediatamente sottostante all’antenna. in pratica, l’inquinamento elettromagnetico avvolge tutto e tutti nel raggio coperto dal ripetitore. La verità vera è che l’esistenza dell’altra antenna non era gradita (e come non essere d’accordo!) agli abitanti – forse sarebbe meglio chiamarli elettori? – del popoloso quartiere che la ospitava e così si è preferito optare per questa nuova allocazione, di cui gli Zoccolanti, ormai assenti da un bel pezzo, certo non si lamenteranno. Nel frattempo, gli abitanti che si trovano prospicienti al ripetitore, situato a non più di trecento metri in perfetta linea d’aria dal centro storico, potranno usufruire di un’invidiabile ricezione per i loro smartphone, come ho avuto modo di verificare personalmente sul mio telefonino, che sulla collina degli Zoccolanti si era riempito di tacche. Tra l’altro, contrariamente a quanto riferito da autorevoli politici locali, i quali hanno assicurato circa la rimozione dell’antenna una volta completati i lavori di restauro al monastero, resta la certezza che la Telecom ha tutti i diritti di conservare l’installazione perché, come indicato all’art. 87 del regolamento che norma la funzione del traliccio: in caso di ristrutturazione edilizia dell’ex convento degli Zoccolanti e ripristino dell’utilizzo dello stesso, la ditta TELECOM ITALIA S.p.A. dovrà provvedere all’eventuale delocalizzazione della struttura in questione a propria cura e spese;…”. Insomma, gli abitanti della ridente cittadina che ospita l’antenna avranno i loro telefonini sempre ricolmi di tacche, perché – miracolo! – agli Zoccolanti c’é campo e la Telecom se ne andrà solo se lo vorrà. Chiudo con un noto detto latino, che non è frutto delle speculazioni esegetiche dei Padri della Chiesa, ma, molto più prosaicamente, delle mirate opzioni commerciali della “Telecom Italia Spa”: Hic manebimus optime! Tanto varrebbe inserirlo sulla facciata del convento, a imperitura memoria dei posteri.

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