Lost coratella

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by Chiedi alla Polvere

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Settembre 30, 2026

BEATLES: “Piggies” (1968) Everywhere there’s lots of piggies/iving piggy lives./You can see them out for dinner/with their piggy wives,/lutching forks and knives/to eat the bacon. – Ovunque ci sono moltissimi porcellini/che vivono vite porcine./Li puoi vedere fuori a cena/con le loro mogli porcine,/che agguantano forchette e coltelli per mangiare/la loro pancetta.

Questo hotel, ristorante, pizzeria, punto enologico e riferimento per attività ippiche connesse ha avuto una lunga scia di successi commerciali a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, in cui ha rappresentato un must per quanti cercassero un rifugio sicuro per le scampagnate nella zona del monte San Vicino, che ha sempre favorito tranquille passeggiate tra faggi, lecci e carpini. Al ritorno da queste piccole avventure familiari non c’era da preoccuparsi per il cibo, sempre abbondante e a buon prezzo, con una varietà di offerta in grado di accontentare anche le richieste più differenti, avendo al centro della tavola sua maestà il maiale, cucinato in tutte le sue peculiarità: al forno, al ragù, sul battuto, nella versione al sanguinaccio e in quella più democratica alla coratella. Infinite le serate a tema su queste prelibatezze, che attiravano avventori da ogni parte della provincia, e non solo. L’offerta era completata dall’ospitalità in 23 camere sovrastanti, tutte fornite di bagni propri. Il motivo della chiusura, avvenuta agli inizi del 2014, non mi è noto. So soltanto che il luogo era conosciuto anche come il ristorante del gaucho, in omaggio al pittoresco proprietario (non più in età verde dalle vecchie foto rintracciate), alla sua abilità di cavallerizzo e alle serate a base di asado che periodicamente venivano organizzate nella struttura. Oggi, ormai a bocce ferme, entrare dall’ingresso sventrato è come varcare la soglia del tempo. Il mobilio rimanda ai gusti di parecchi decenni fa, le coppe e i trofei ippici abbondano impolverati sulle mensole ancora in piedi e ovviamente dei cavalli non resta alcuna traccia, salvo quelle orali di chi segnalava anni fa la saltuaria visita di un cavallino bianco che occasionalmente si aggirava nei prati circostanti l’edificio. Nel corso dell’esplorazione sono riemersi, come relitti di un naufragio, una sella di cavallo e diversi finimenti non più utili. Il senso della perdita è forte, come se davvero si fosse smarrito un centro vitale di energia. Concludo con una nota sull’esergo alla scheda, al fine di evitare malintesi. I più informati su certa musica, sapranno che il pezzo in questione fu accusato di essere stato fonte d’ispirazione per il massacro di Bel Air del 1968 ad opera della setta Charles Manson. Di primogeniture diaboliche del rock la storia è piena (vds.: Helter Skelter dei Beatles, altro apparentamento fatto per la citata strage di Manson, o Sympathy for the devil dei Rolling Stones, solo per citare le più famose), ma l’unica cosa certa è che i Pink Floyd scrissero questo testo per rappresentare un feroce critica della classe dirigente al potere e, più in generale, dell’ipocrisia della società u.s.a. di allora. Io, molto più prosaicamente, ho scelto questo brano perché è uno dei pochissimi che parla di maiali in rapporto al cibo. Giuro solennemente di non aver mai perpetrato massacri e allargo l’assicurazione anche a favore del mio consueto sodale che mi ha accompagnato nell’esplorazione.

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