UMBRIA, Ville

Anche i ricchi piangono

Anche i ricchi piangono

LOU REED:  “Men of good fortune” (1973)

Men of good fortune very often can’t do a thing,/while men of poor beginnings often can do anything/.At heart they try to act like a man handle things,/the best way they can./They have no rich, daddy to fall back on. – Gli uomini facoltosi molto spesso non sanno fare niente,/mentre gli uomini dalle origini umili spesso sono capaci di tutto./In fondo cercano di agire da uomini,/affrontare le cose come meglio possono./Non hanno un papà ricco su cui contare.

La notizia di una vendita giudiziaria andata deserta da anni mi ha messo in allerta e, accompagnato dal fedele compagno di incursioni, ho puntato il navigatore su una collina il cui panorama spazia su un’importante città umbra. Dopo un primo costernato sguardo al cancello in ferro battuto con tanto di catena e lucchetto posto a guardia dell’ingresso principale, abbiamo deviato di appena un metro per un varco di lato e ci siamo incamminati tranquillamente lungo un breve viale di pini che ci ha condotto alla radura antistante l’obiettivo del nostro viaggio. I sogni son desideri di felicità cantava Cenerentola nell’omonimo film di Walt Disney e, alla vista di tale splendore, ho immaginato di trovarmi nel regno delle fiabe. Un castello (o una villa?) ci si parava di fronte in tutta la sua maestosità con colori pastello ammorbiditi dalla luce mattutina. Qualche foto, giusto per certificare che non si trattava di un’allucinazione, e ci siamo incamminati per l’ampia scalinata che conduce al portone d’ingresso, ermeticamente chiuso. Dopo aver scandagliato l’intero perimetro dell’edificio, proprio alla fine troviamo un modo banalissimo per entrare. Il posto viene ormai identificato come castello per chi preferisce mettere l’accento sulle generose dimensioni e sulle merlature che lo segmentano in alto, o come villa per chi, come me, ha riguardo all’impostazione originaria e soprattutto al fatto che una fortificazione è tale se è concepita per la  difesa e quest’edificio è stato da sempre connotato da un  utilizzo residenziale. Non bastassero gli esterni, ci sono gli interni con la loro ricchezza di stucchi, arazzi, fregi e saloni ricercati a determinare un lusso e una raffinatezza capace di fugare ogni dubbio sulla natura della costruzione, ben lontana dal’ipotesi di un castello, tenuto a un rigore architettonico  coerente alla sua vocazione bellica. Il fatto che questo sito sia stato qualificato come castello da Gabriele D’Annunzio non mi sembra una certificazione architettonica, anche perché in passato lo aveva più volte nominato come villa. Forse il poeta vate stava attraversando un periodo di furore patrio (ne andava soggetto) e necessitava di giustificare le sue vacanze come imprese dal sapore guerresco. Un altro vip dell’epoca, Guglielmo Marconi, frequentò queste stanze limitandosi al piacevole soggiorno, magari curando la ricezione di segnali radio agevolati dalla posizione collinare. A questo punto, un po’ di storia va fatta e non mi sottraggo, anche se dovrò mantenermi nel vago per evitare che questo splendido luogo sia violato da chi non è animato da buone intenzioni. Correva l’anno 1872 quando un nobile locale vendette la villa di famiglia a una coppia italo britannica, composta da un piemontese e da una diretta discendente dei re di Scozia e d’Inghilterra. A conferma del detto che in casa comandano le donne, la lady pretese di modificare profondamente la struttura esterna della villa, acconciandola con merlature, bovindi e una connotazione improntata allo stile neo-gotico, non trascurando una serie di particolari riferibili al gusto “westminster” allora in voga. I lavori andarono avanti per vent’anni (!), duranti i quali Il marito si dedicò ai cavalli, alloggiati nelle belle scuderie presenti nel parco di sette ettari che circondava la dimora, ivi inclusi quelli fiscali delle auto per cui nutriva altrettanta passione. Nell’ultimo periodo della seconda guerra mondiale, l’edificio fu utilizzato dai tedeschi come propria base di comando, fino a alla liberazione del giugno 1944, ma si trattò di un breve intermezzo che probabilmente non avrebbe infastidito più di tanto il rampollo di famiglia (morto nel 1938), già parlamentare dei nazionalisti, poi della destra e quindi fascistissimo con tanto di scranno senatoriale. Insomma, una famiglia sempre abbarbicata al potere o, se preferite, fedele al motto, calzante per l’epoca: “Nel dubbio, tienti bastoni”. La visita degli interni non è meno spettacolare dell’esterno. Sebbene totalmente spoglia del mobilio, la villa, che ha una superficie d beni 2.700 metri quadri, rivela una cura maniacale del particolare con una speciale nota di merito per i soffitti, quasi tutti finemente decorati, che andrebbero ammirati supini su una portantina per poterli gustare in tutta comodità. Per me, però, il pezzo forte è stato il parco di conifere, terrazzato con percorsi all’inglese indicati da siepi, oggi malcurate ma ancora capaci di indicare brevi e pittoreschi itinerari. Le scuderie, distanti un centinaio di metri dalla villa e anch’esse in buono stato di conservazione,  si sono rivelate un’altra sorpresa della villa e hanno chiuso degnamente la perlustrazione. Come accennavo all’inizio, l’intero complesso fu messo all’asta nel 2015 per una cifra intorno a 7milioni di euro, poi via via ridotti fino agli attuali 2 milioni e spicci, ma le battute sono andate totalmente deserte. Probabilmente sono venuti a mancare i compratori stranieri (russi e arabi in testa), poco attratti da un complesso che richiede un gusto raffinato per poter essere apprezzato appieno. Ce ne siamo tornati con la grande soddisfazione per essere riusciti a visitare l’intero complesso in santa pace e, tornati in auto, ci siamo rifocillati coi consueti panini su sui riposavano i morbidi salumi di Colfiorito, che avrebbero meritato una bevuta ben più nobile della sola acqua minerale, ma i limiti alcolemici vigenti sono troppo bassi per la nostra potenziale capienza e dunque ci siamo forzatamente allineati ai rigori della norma. In chiusura di scheda, mi sembra doveroso spiegare l’esergo, che può apparire bizzarro o fuori tema. In realtà, avevo già predisposto un testo fiabesco di Donovan, ma, curando il raw delle foto, mi sono accorto di un particolare che mi era sfuggito mentre scattavo. Sul frontespizio della soletta di uno dei tanti camini presenti nella villa mi sono accorto che era presente un’iscrizione in latino (foto n. 10 del set). “Difficilis in otio quies”, questo è il motto riportato, la cui semplice traduzione può essere questa: “È difficile che nell’ozio si trovi la pace”. Ora, questa visione  rappresenta il senso di una vita vissuta operosamente o anche, vitalisticamente, cogliendo il senso futurista del periodo attraversato dai padroni della tenuta e dal loro figlio, ma, dalle ricerche effettuate, non mi risulta che i protagonisti di questa storia abbiano rinunciato alla passeggiate nel parco, alle lunghe cavalcate, alle corse in auto o ai ricevimenti con i vip del periodo. Insomma, quel motto mi sa tanto di posa nobiliare, di un refrain recitato con fare annoiato per segnare un distacco con la massa, quella sì intenta a occupazioni quotidiane di ben altra utilità. A meno che, l’indicazione non provenga da un improvviso puntiglio del capofamiglia, magari ossessionato dalle paturnie della lady. In un caso  o nell’altro, siamo alla parodia, forse anche alla farsa, della filosofia di vita sottesa a quel motto. Io francamente ci leggo un malcelato disprezzo per chi quella vita non poteva permettersela, cioè quasi tutti. In sostanza, e qui debbo necessariamente ricorrere al napoletano, che spero di riportare correttamente, lingua che riesce a sintetizzare con rara maestria concetti complessi, e che mi pare calzante alla bisogna: “Chiagn’ e fott!”.

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