Industrie, UMBRIA

Antichi saponi

Antichi saponi

CLASH: “The magnificent seven” (1980)

Ring! Ring! It’s 7:00 A.M.!/Move y’self to go again./Cold water in the face/brings you back to this awful place. – Sveglia! Sveglia! Sono le 7!/Muoviti per andare ancora./L’acqua fredda in faccia/ti riporta a questo posto orribile.

Di ritorno dall’ultima perlustrazione umbra, attraversando una frazione sulla Pievaiola, mi sovviene un’industria chimica dismessa da decenni a un tiro di schioppo dalla provinciale. Lo faccio presente al mio compare e in due minuti siamo lì. La recinzione e la vegetazione cresciuta rigogliosa negli anni non riescono a nascondere il colosso, che svetta con i suoi quattro piani e il torrione centrale, un mastodonte di cemento e ruggine da far venire l’acquolina in bocca, perfetto contraltare alla villa storica visitata in mattinata. Il sito ospitò fino a tutti gli anni settanta uno stabilimento per la produzione di saponi e detergenti industriali e purtroppo fu anche funestato da un incidente sul lavoro che causò la morte di un operaio. Nel 1984, quando già l’attività era cessata, fu un incendio ad aggravare la situazione di quello che, fin da allora, appariva un lascito ingombrante per la popolazione locale. Percorso tutto il recinto perimetrale, assolutamente invalicabile e rinforzato nei punti che avevano ceduto, troviamo un passaggio insperato proprio in fondo al viale cieco, dove riusciamo ad attraversare un varco che da un prato poi conduce proprio di fronte all’ingresso di uno lati del complesso industriale, coincidente con quello destinato alla produzione industriale vera e propria. Da terra fino al terzo piano escluso si può procedere con cautela a fotografare i numerosi resti degli enormi macchinari, in parte deformati per effetto dell’incendio e per l’azione della ruggine; oltre non ci siamo spinti, perché le scale in ferro iniziavano a mostrare segni di cedimento su molte bacchette delle ringhiere. Il bottino fotografico è stato comunque superiore alle attese, anche per gli effetti spettacolari delle enormi vasche di contenimento dei liquidi, collassate per il tempo trascorso e probabilmente anche per l’azione del fuoco. Ci siamo infine spinti all’altra estremità dell’area, non senza qualche difficoltà, per constatare che degli uffici rimaneva solo un immenso casermone vuoto, in tutto simile a un edificio che avesse subito un bombardamento. Restano solo due foto, una delle quali immortala lo stabilimento industriale dal lato nascosto, in cui si presenta per quello che è oggi realmente: un residuo post-atomico. Dalle scarse notizie reperite, non risulta sia mai stata organizzata una seria bonifica dell’area; non è casuale che, ormai da quarant’anni, si siano susseguiti progetti della politica con relative polemiche circa il futuro di quest’area a probabile alto tasso di contaminazione, ma senza nessun esito concreto. Il sito è sempre lì e scommetterei che, quando il vento infuria impetuoso, il mastodonte scricchiola e ulula mentre le folate s’infilano tra quelli che erano i suoi ferri del mestiere.

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