Figli e figliastri
Orfanotrofi, UMBRIA

Figli e figliastri

Figli e figliastri

ANIMALS: “It’s all over now, baby blue” (1977).

Yonder stands your orphan with his gun,/crying like a fire in the sun./Look out, the saints are comin’ through/and it’s all over now, Baby Blue. – Là c’è il tuo orfano con la sua pistola,/che piange come un fuoco nel sole./Attenta, stanno arrivando i santi/ed è tutto finito adesso, ragazza della malinconia.

Il gigantesco Istituto Di Donato, meglio conosciuto come “Le Grazie”, si trova appena fuori la stupenda cittadina di Narni, ormai ridotto a poco più di un rudere, tanto che è stato avvolto da una rete protettiva per impedire alle sue instabili pietre di rotolare lungo la sottostante via Flaminia che lo costeggia per qualche centinaio di metri. La datazione della chiesa, presto adibita a convento, primo impianto dell’attuale edificio, si fa risalire al XIV° secolo e la sua storia si svolse senza particolari scossoni fino al dicembre 1860, quando il famoso decreto Pepoli incamerò allo Stato conventi e monasteri. Da quel momento parte un’altra storia, assai più movimentata, tanto che nel 1919 l’intera struttura fu adibita ad opere educative gestite da privati per poi essere qualificata, con l’avvento del fascismo, come colonia con finalità sostanzialmente analoghe alle precedenti. Nel 1945 ci fu anche un breve intermezzo in cui “Le Grazie” furono utilizzate dalle truppe alleate come base operativa. Solo intorno agli anni cinquanta l’istituto ritrovò la sua funzione originaria sotto la direzione della superiora Madre Flaviana. Questo è, per il mio interesse specifico, il periodo più significativo, quello in cui la funzione educativa si rivolse essenzialmente ai bambini disagiati, con speciale riferimento agli orfani e ai figli di carcerati della provincia di Roma. L’istituto cessò di fatto la sua attività intorno al 1974, cui seguì cinque anni più tardi lo scioglimento della società di assistenza pubblica e, siccome le normative allora vigenti prevedevano che gli enti assistenziali rimasti invenduti venissero ereditati dal comune d’origine del gestore, la proprietà toccò al comune di Roma, città natale di Madre Flaviana. Come s’intuisce, questo passaggio fu, ed è tuttora, il motivo che ha ostacolato ogni tentativo, dal più convinto a quello più strumentale, di restaurare o recuperare la struttura per un qualsivoglia fine, costituendo la condizione principale del declino dell’immobile. Ci furono anche altre attività che negli anni successivi furono esercitate a singhiozzo in alcuni locali della struttura, ma non vale la pena di nominarle, tanto sono state disparate e assolutamente fuori contesto rispetto a quelle che hanno caratterizzato la struttura nel periodo del suo fulgore. Oggi “Le Grazie” sono ridotte a un mastodonte spiaggiato sulla collina, tetro e triste a vedersi. Eravamo pronti, io e l’amico che mi accompagnava nella perlustrazione, ad entrate difficoltose, magari attraverso la selva  retrostante, ma ormai è tutto aperto e sventrato, tanto che siamo potuti accedere dal portone principale che immette direttamente nella chiesa. Dentro abbiamo trovato solo devastazione e degrado in ogni stanza con gli ultimi piani che ormai sono abitati dalla vegetazione spontanea cresciuta a macchie in corrispondenza con gli squarci nei solai. Muffe e umidità stanno letteralmente erodendo lo stabile. In una stanza di passaggio abbiamo addirittura visto un solaio pendente fin quasi a terra con i laterizi letteralmente appesi ai ferri di sostegno del calcestruzzo. Le stanze hanno ormai perso ogni riferimento alla loro destinazione originaria e, specialmente salendo di piano, si cammina sempre più spesso tra le macerie, anche se esistono ancora punti delle scalee miracolosamente intoccati dal degrado, capaci di mostrare ancora l’antico splendore. Non credo ci sia più la  concreta possibilità di ripristinare l’immobile, a meno di andare subito incontro a una ristrutturazione massiccia e incredibilmente costosa, ma non mi pare ci siano i presupposti e i tempi della nostra burocrazia sono resi ancor più lunghi dalla particolare situazione successoria che ha contribuito a determinare il singolare stato di un immobile che insiste nel territorio di Narni ma che è di proprietà del comune di Roma. Una sola cosa credo si possa recuperare, purché si faccia in fretta, ed è l’immagine, credo di tratti di un affresco, della Madonna con bambino e due santi, che campeggia sopra i miseri resti dell’altare della chiesa (v. foto n. 4 e 7). Si tratta di un’antica edicola coeva al luogo, dunque databile intorno al 1300, posizionata molto in alto rispetto a chi osserva, il che  probabilmente l’ha finora preservata dalle rapaci mani dei predatori su commissione. Per dare un’idea di come si presentava il complesso, chiudo il set fotografico con una cartolina d’epoca, che ipotizzo possa risalire agli anni sessanta, ricavata dal sito https://www.narnia.umbria.it/2019/03/18/il-complesso-delle-grazie/, gestito dall’ingegner Giuseppe Fortunati di Narni, cui rimando per chi volesse approfondire la storiografia del convitto. Da ultimo, ma non certo ultimo per importanza, mi tocca trattare un argomento che non immaginavo di dover toccare, ma le storie dei siti che visito sono inevitabilmente anche e soprattutto le storie delle persone che vi hanno soggiornato. Ebbene, su questo orfanatrofio esiste una vulgata concorde nel ritenerlo un luogo degno di ogni benemerenza e non sta a me contestare questa ricostruzione, ma mi sembra un atto di onestà richiamare le molte voci, parecchie delle quali individuabili con precisi riferimenti personali indicati dagli stessi interessati, di molti che frequentarono le scuole elementari gestiti dalle suore del convitto. Una, fra le tante, la riporto con le stesse parole del bambino, oggi adulto: “Un film dell’orrore che mi perseguiterà per sempre. Cosa  avevo fatto di tanto male? Solo dopo un po’ di anni capii: l’unica colpa che avevo era di aver perso la mamma troppo presto. Ogni bambino deve avere la sua mamma sempre vicino per crescere senza paure e incertezze. Io sono per l’educazione e la disciplina, ma la violenza fisica e psicologica è una cosa inammissibile. Non ho mai rivelato a nessuno le cronache di Narni: a chi lo dico? Soltanto chi ha subito può capire. Chi ha fatto del male sapeva di sbagliare. Sarete condannate alla sofferenza eterna. Bruciate per sempre, maledette!”. Infine, una nota più leggera, ma anch’essa dovuta, per difendere la mia reputazione musicale. So benissimo che il testo che ho messo in esergo è riferito ad un pezzo di Bob Dylan del 1965, del quale, come spesso è accaduto, sono state riproposte infinite versioni, ma secondo me ne esiste una superiore ed è appunto quella che ho indicato. Si tratta di un’esecuzione anomala rispetto al brano originale, molto più lenta e più ritmata, segnata dalla voce inconfondibile di Eric Burdon. Un’autentica perla. E poi, quell’orfano con la pistola che piange come un fuoco nel sole calza alla perfezione.

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