NICK CAVE: “Brompton Oratory” (1998)
And I wish that I was made of stone/So that I would not have to see/ A beauty impossible to define/ A beauty impossible to believe/A beauty impossible to endure – Vorrei essere fatto di pietra,/così non dovrei vedere/una bellezza impossibile da definire,/una bellezza impossibile da credere,/una bellezza impossibile da sopportare.
Ho attraversato due regioni per raggiungere questo monastero, le cui meraviglie avevo casualmente captato in un forum, ma non avrei saputo dove dirigermi se non fosse stato per la provvidenziale (del resto, siamo in materia) indicazione di un occasionale e benedetto contatto di rete. Ho lasciato l’auto in un piccolo parcheggio libero davanti a un bar e, fatto rifornimento di acqua freschissima e focaccia, mi sono incamminato per il sottopasso ferroviario poco distante, da cui ho iniziato la salita di circa 300 metri verso il convento, circondato da sempreverdi che comunque non alleggerivano né il mio battito cardiaco né, tantomeno, il peso dello zaino fotografico e del Manfrotto. Il premio era lì, in cima al colle, maestoso eppure discreto, seminascosto dalla vegetazione. Le scarne notizie desunte dalla rete fanno risalire il primo impianto del complesso addirittura al ‘400 per l’iniziativa di un gruppo di monaci appartenente a un noto ordine, ma non se ne sa di più, salvo il fatto che, nel tempo, la struttura fu ampliata fino a divenire un collegio religioso. Mi sono seduto sul parapetto antistante il monastero a riprendere fiato all’ombra di un grosso albero e ho ammirato l’imponente costruzione, notando subito due ingressi aperti, uno dei quali dava sulla chiesa laterale e l’altro che consentiva l’accesso alla struttura conventuale vera e propria. Passando per le cucine e il refettorio con relativa stanza delle meditazioni, davvero suggestiva, sono passato alla chiesa con l’immancabile coro e canonica, ma in realtà friggevo dalla voglia di vedere la stanza arancione al primo piano. M’incammino silenzioso per le scale quando, alla prima rampa, sbuca improvvisamente un signore, attirato dalla mia stessa passione per i luoghi abbandonati, che a momenti sviene dallo spavento. Riavutosi dopo una decina di secondi, molto gentilmente mi esorta a godermi lo spettacolo appena una rampa sopra e se ne va salutando sorridente, peraltro sempre tenendosi una mano sul petto. Spero non siano state le sue ultime parole. Procedo e raggiungo il piano superiore e noto subito l’ingresso alla stanza annunciato dall’iscrizione marmorea “Ingredere, magister adest et vocat te”. L’impatto è stato addirittura superiore alle aspettative: una cappella affrescata con pitture dai vivaci colori, che le luci radenti del giorno sembravano illuminare d’oro. Un’emozione fortissima, la seconda in meno di un minuto: praticamente è come se avessi superato una prova da sforzo senza ticket. Dopo una sosta adeguata alla bellezza della stanza, procedo per esplorare i corridoi del collegio adiacente alla struttura religiosa in senso stretto, ormai privi di ogni mobilia, e salgo al piano superiore. Qui, più che altrove, sono visibili i segni del tempo, individuabili sui muri puntualmente infestati da muffe verdi molto estese e addirittura da crolli nei soffitti diverse stanze. Ciò non toglie che vi siano scorci fotografici interessanti e una vista invidiabile sul sottostante giardino e sul chiostro, verso il quale mi dirigo per ammirarne la perfetta geometria e gli affreschi ogivali alle pareti, databili al XVII secolo, che raffiguravano santi, ma ormai illeggibili per la devastante azione del tempo. La visita volge al termine e mi dirigo verso un’uscita che dà sull’ampio giardino, ormai incolto, ma che non è difficile immaginare nel suo rigoglio; noto anche i resti contorti di un gazebo e la presenza di piante a me sconosciute, di cui provo a figurarmi la bellezza quand’erano curate. Il sito è grande, ma si gira bene e, sorprendentemente, non manifesta i consueti segni volgari delle devastazioni dei vandali, probabilmente in questo salvato dalla posizione defilata e dal fatto che risulta pressoché sconosciuto ai più. Esco dal piccolo parco e mi avvio verso il parapetto esterno, giusto nel punto in cui il sole non penetra le fronde di una quercia secolare, scarto la mia focaccia e bevo l’acqua, ormai non più tanto fresca. In fondo, è un pasto in sintonia con il luogo. Brindo idealmente alla salute di chi mi ha generosamente indirizzato qui, tale Gabriele, che ormai per me è come se fosse l’arcangelo. Dall’esterno do un’ultima occhiata al sito, ma ormai è l’ora di tornare. Mi aspettano 170 chilometri, sperando che il mio navigatore non s’impunti come all’andata. Mi toccherà chiedere questa grazia al convento, anche se il miracolo più grande me l’ha già fatto.

