Sacro, UMBRIA

Un convento controcorrente

Un convento controcorrente

DOORS: Spanish caravan (1968)

Carry me caravan take me away,/take me to Portugal, take me to Spain,/Andalusia with fields full of grain./I have to see you again and again. – Trasportami carovana, portami via,/portami in Portogallo, portami in Spagna,/in Andalusia con i campi pieni di grano./Devo vederti ancora e poi di nuovo.

Mai avrei pensato che avrei potuto utilizzare Spanish caravan per introdurre una scheda di questo sito, tantomeno per una riferita a un luogo sacro, ma la scelta non è dovuta a un capriccio o ad un tributo forzato ai Doors, che non hanno certo bisogno delle mie celebrazioni. Il legame, comunque, esiste ed è dato da Sant’Antonio da Padova, cui questo convento è intitolato, che era un portoghese purosangue, al secolo Fernando, nato a Lisbona nel 1195. I primi contatti con San Francesco si fanno risalire intorno al 1220, data in cui inizia il grosso dell’opera di questo “Dottore della Chiesa”, che instaurò subito un saldo legame personale col poverello d’Italia, al punto da indurlo ad assegnargli compiti pastorali di evangelizzazione e predicazione, dopo aver sperimentato la forza del suo eloquio con cui catturava le folle, nonostante provenisse da una diversa lingua madre. Il convento, coevo alla chiesa, fu eretto nei primi del ‘500 per i Francescani Osservanti. Nonostante la nota semplicità che caratterizzava i loro luoghi sacri, la chiesa di questo convento conferma il gusto, tipicamente seicentesco, del decoro, degli stucchi e delle colonne marmoree.  Eppure, il dato più originale è costituito dal fatto che fino alla Controriforma, cioè fino alla metà circa del Cinquecento, la messa veniva celebrata dai religiosi nell’abside, mentre i fedeli, dall’altra parte della parete, la ascoltavano senza potervi partecipare attivamente. Per tentare di arginare la riforma Luterana, si cercò di ridurre le separazioni tra clero e fedeli e si dette il via all’abbattimento di diverse pareti in qualche chiesa, fra cui questa, che, seppur rimaneggiata in epoche successive , rappresenta una sorta di unicum in Italia per aver conservato l’assetto interno in contrasto con i dettati della Controriforma. L’edificio è stato totalmente ristrutturato negli anni ’80 per renderlo sicuro staticamente secondo i vigenti criteri antisismici, e infatti il convento ha retto bene all’urto dei terremoti che si sono succeduti negli anni. Purtroppo i fondi stanziati si sono rivelati insufficienti per procedere al restauro delle decorazioni, degli stucchi e delle opere pittoriche parietali, fra le quali meritano una segnalazione i medaglioni raffiguranti vari santi, in gran parte compromessi e spesso poco leggibili. Diverse opere e ornamenti pregiati sono stati dirottati nel locale museo o trasferiti direttamente nel capoluogo, ma quanto non è stato possibile trasferire è rimasto a intossicarsi con le muffe, la polvere e l’incuria. L’accesso frontale all’edificio è impossibile, poiché il portone è sbarrato, ma, accedendo dal cortile e percorrendo per una decina di metri il cornicione stando in equilibrio (si rischia solo una caduta di circa due metri), si raggiunge la parte finale, dove la natura o forse una mano previdente, ha portato alla luce degli scalini, che consentono di raggiungere il prato laterale. Da qui, percorrendo il perimetro del complesso, si trova un varco agevole per accedere alla struttura che consente di entrare al piano terra e alla parte alta, ove erano situate le celle dei monaci, ora ridotte a nude stanze senza alcun riferimento alla destinazione che avevano in passato. L’impatto è stupefacente: si passa da una situazione di penombra alla navata centrale della chiesa, illuminata dalla luce data dalla piccola finestra che sormonta l’abside; dalla parte opposta, parzialmente nascosta da una muratura eretta durante la Controriforma, si trova la zona destinata ai fedeli, anch’essa di rara suggestione. Questo convento fu per un lungo periodo il fulcro del paese e, grazie all’intitolazione a Sant’Antonio da Padova, era frequentato non solo dai contadini per l’annuale benedizione del bestiame, ma anche da fedeli comuni che impetravano grazie al santo taumaturgo, accreditato delle guarigioni impossibili come quella del famigerato herpes zoster. Questa malattia, nota per lo più come il fuoco di Sant’Antonio, era provocata da un fungo presente nella segale usata per fare il pane e si pensava potesse essere guarita solo ricorrendo al grasso di maiale. In cambio, agli ignari maiali riformisti del convento era consentito di gironzolare liberamente per il paese muniti di un campanellino di riconoscimento. Magra consolazione per gli involontari donatori del proprio grasso.

 

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