Bellezza al sole

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by Chiedi alla Polvere

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Luglio 29, 2019

GRAHAM NASH: I used to be a King (1971)

I used to be a king/and everything around me turned to gold./I thought I had everything,/now I’m left without a hand to hold,/but it’s all right, I’m ok./How are you? – Ero un re e ogni cosa intorno a me diventava oro./Pensavo di avere tutto e ora sono rimasto senza neanche una mano da stringere,/ma va tutto bene, io sto bene./ Tu come stai?

Le masserie sono una tipologia costruttiva tipica del cinquecento e del seicento, periodo in cui si realizzò la colonizzazione da parte dei nobili del Regno delle Due Sicilie di aree che prima si trovavano in stato di abbandono. Molto diffusa nel sud Italia, soprattutto in Puglia e Sicilia, zone di grandi latifondi laici ed ecclesiastici, le masseria erano grandi aziende agricole abitate sia dai proprietari terrieri che dai contadini e comprendevano anche lo spazio per le stalle, i depositi per i foraggi e i raccolti, il tutto sotto la conduzione del “massaro”, cui erano assegnati i poteri tecnici ed organizzativi necessari allo svolgimento delle attività quotidiane. La masseria tipo presenta una corte agricola propria delle abitazioni del sud Italia, un recinto alto e fortificato, non di rado organizzato in forma di castro, necessario per avvistare le non infrequenti scorribande dei saraceni sulla costa. Dopo i due conflitti mondiali del secolo scorso, i latifondi furono progressivamente smantellati e i terreni frazionati, il che segnò la fine della funzione per cui questi edifici erano sorti. Alcune antiche masserie sono state ristrutturate e salvate, spesso assegnate a funzioni di turismo ricettivo; altre, le più, sono andate in decadenza; altre ancora sono ormai ridotte a rovine. Sebbene siano edifici di grande fascino, almeno per me, non credo sia tanto normale andarsene in giro nel primissimo pomeriggio di una torrida domenica d’estate a cercarle per le campagne salentine. La piccola utilitaria a noleggio stenta a rinfrescare l’abitacolo, nonostante il condizionatore a palla. Fuori l’asfalto deserto sembra ondeggiare per i vapori della calura, ma questo è ancora zucchero in confronto a quanto mi attende all’aperto. Toppata una meravigliosa masseria, insolitamente circondata da una folta alberatura, purtroppo ermeticamente chiusa e con tanto di cani pastore a ringhiare dentro, dirotto verso la provinciale 236 e mi metto nuovamente in cerca. Ne trovo una, maestosa e solitaria, a nemmeno un centinaio di metri dalla strada. Troppo facile, penso, e scendo dall’auto. Vengo investito da un’ondata di calura, accentuata dal riverbero dell’asfalto. Di ombra neanche a parlarne. Il centinaio di metri scarsi che mi dividono dall’edificio sembrano chilometri, oltretutto punteggiati di cardi che sembrano gradire i miei polpacci nudi. Fesso io che non ho indossato i rituali pantaloni lunghi con tasche capaci, che indosso sempre per queste cacce estive. Vorrei essere un cammello per quei cento metri, ma rimango umano e arrivo in un bagno di sudore. L’edificio, all’interno, si rivela piacevolmente fresco, comunque con una temperatura e un’umidità accettabili e così riprendo fiato. Non c’è rimasto granché, ma la struttura è pressoché intatta. Sono visibili vecchie tracce di bivacchi estemporanei e non mi è difficile immaginare extracomunitari precariamente accampati giusto il tempo per la veloce stagione dei raccolti. Perfette le volte dell’edificio, che si ripetono ad ogni piano, da quelle più modeste delle cucine fino a quelle più ricercate del piano superiore. Le stanze sono tutte ampie, ariose e piene di luce. All’esterno campeggiano gli edifici delle pertinenze agricole, in parte destinati alla servitù, anch’essi ridotti a gusci vuoti, sebbene strutturalmente perfetti. Salgo al piano più alto della masseria; alle due ali opposte si aprono altrettanti balconi, uno dei quali protetto da un’ampia arcata che ripara perfettamente dalla luce del primissimo pomeriggio. La provinciale, deserta a vista d’occhio, sembra un quadro di Hopper. Resto a guardarla non so per quanto tempo, cercando invano di scorgere il mare che è a una manciata di chilometri. Ogni tanto, in lontananza, sfilano delle auto, simili ad asteroidi fuori rotta di cui non si sente il rumore. Il frinire dei grilli copre tutto. Rientro all’auto col mio zaino fotografico e l’immancabile cavalletto che sembra addirittura ingrassato rispetto all’andata. All’auto trangugio la mia borraccia d’acqua, tenuta al fresco. Anche per questa volta ce l’ho fatta, ma non riesco a proseguire oltre per la caccia. Forse la ricerca delle masserie abbandonate sarebbe meglio evitarla d’estate, almeno alle ore più calde: me ne ricorderò. Zigzagando in retromarcia fra le tante immondizie sparse per terra, do un ultimo sguardo alla possente costruzione, che sembra brillare d’oro coi suoi mattoni lucenti invasi dal sole e non posso che augurarmi che qualcun altro, dotato di entusiasmo (quello l’avrei pure) e di adeguate finanze, possa prendersene cura.

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