PUGLIA, Ville

Rosa fresca aulentissima.

Rosa fresca aulentissima

NEIL YOUNG: “Love is a rose” (1977)

Love is a rose, but you better not pick it./It only grows when it’s on the vine,/a  handful of thorns and you’ll know you’ve missed it./You lose your love when you say the word mine. – L’amore è una rosa, ma è meglio se non la cogli./Cresce soltanto quando è rampicante,/una manciata di spine e saprai di averlo perso./Perdi il tuo amore quando dici la parola mio.

Lungo le alture della Capitanata si staglia un gigantesco edificio abbandonato con vista sul golfo di Manfredonia, che al tramonto spicca infuocato quando i raggi del sole colpiscono la sua facciata di mattoni rossi: è Villa Rosa. Lo stile della costruzione è molto particolare, una sorta di eclettico influenzato da un gusto oscillante fra il gotico e il moresco, originalissimo e magari discutibile, certamente singolare e di straordinario impatto visivo. La villa ha una storia tormentata e dolorosa, segnata da un amore che è durato ben oltre la prematura scomparsa della donna cui fu intitolata la costruzione. Villa Rosa venne progettata negli anni ’20 da Vincenzo D’Onofrio (1997-1964), titolare di un fiorente pastificio a Manfredonia; i primi lavori presero il via alla fine del 1928, per essere completati 12 anni dopo. Oltre all’edificio principale sono presenti diverse pertinenze, come d’uso in quegli anni: un pollaio, un porcile, una colombaia, la casa del guardiano, una stalla, un magazzino e un deposito, tanto che il complesso potrebbe anche essere considerato una masseria, ma ho ritenuto opportuno mantenere il riferimento alla sola villa sia per la sua storia sia perché le altre costruzioni sono ridotte a ben poca cosa. Durante i lavori la moglie del proprietario, Rosa Longo (1890-1935), benefattrice la cui memoria è ancora viva nella zona, venne a mancare, e il marito decise di dedicarle la villa. Non pago, l’inconsolabile Vincenzo sentì la necessità di inserire una lapide ovale nella prima stanza della villa, su cui incise un inno d’amore: “Per te o mia Rosina questa villa che tutta la mia vita ormai rinserra, io volli progettare e costruire. Disagi, avversità, violenze infami non valsero a fermare il mio cammino più forte fu la fede più forte ancor l’amore VINSI! E la tua reggia alfin dal sol baciata da mille e mille piante profumata brillò su questa arida pietraia Ma tu la mia fatica compiuta non vedesti! Dal ciel mi sorridesti e il tuo sorriso Fu tutto il premio ch’io avea sognato 1940 – XVIII”. Allo scoppio della guerra la villa ospitò alcune famiglie e, nel periodo finale del conflitto bellico, divenne anche un comando degli alleati. Nel 1964 morì il d’Onofrio e così villa Rosa passò ai figli (ben otto!), alcuni dei quali si occuparono del pastificio “D’Onofrio e Longo”, che però andò incontro ad un progressivo declino, tanto che nel 1967 la villa venne messa in vendita per far fronte alla liquidazione dei dipendenti della ditta in dismissione. La villa passò di mano più volte, fino a quando, era il 1974, venne concessa in usufrutto perpetuo alle suore con proprietà diretta al seminario arcivescovile di Manfredonia. Sembrava che questa nuova fase potesse preludere ad una rinascita della struttura, ma i nuovi proprietari e usufruttuari lasciarono la villa a sé stessa, di fatto condannandola all’abbandono. Molti anni più tardi il Comune di Manfredonia, stante l’inanità di quanti avevano acquisito la proprietà, decise di destinare la struttura ad ospitalità sfollati e senza tetto, ma l’assenza di un controllo effettivo accelerò decisamente il triste destino dell’intero complesso. Oggi la villa si presenta totalmente vandalizzata, ridotta ad ospitare sui muri degli ampi saloni vuoti gli estri, quasi tutti di estrema modestia, di writers occasionali: la desolazione è totale. La struttura in alcuni punti mostra lo scheletro del cemento armato e alcune scale interne sono state abbattute, credo a seguito di opportuni interventi di sicurezza, per evitare crolli rovinosi. Secondo me, la parte migliore della villa non è la facciata rossa, ma la parte posteriore, tutta in stile moresco, che, al riparo dalla luce diretta del tramonto, evidenzia colori più tenuti e gradevoli. Addirittura, sembra di abitare un modo fiabesco, così come quando si rivolge l’obiettivo a cercare scorci di interni non ancora totalmente violati dalla furia e dall’ignoranza di quanti sono entrati col solo scopo di distruggere ogni cosa. Il penoso stato in cui versa la villa non lascia ipotizzare un positivo futuro, nonostante ci sia chi tuttora si spenda per tentare un recupero in extremis, percorrendo la via dei fondi europei. La situazione è davvero ai limiti del non ritorno ed  è un peccato, tanto più se si pensa alla devozione di un amore, come fu quello di Vincenzo per la sua Rosa, così alto da indurlo a dedicarle la villa e a concepire la poesia di quell’ovale, che pochi anni fa fu dapprima lordato e quindi asportato da mani ignote. Proprio questo furto senza senso è stato la molla che ha ispirato la mia dedica iniziale. Si tratta di una misconosciuta canzone di Neil Young del 1977, rintracciabile solo in un’antologia per il primo decennale della sua attività, che l’autore scrisse tre anni prima per Linda Ronstadt. Il testo dice che l’amore si perde ogni volta che si pensa di averlo e quindi risulta in totale contrasto con quanto romanticamente dichiarato nell’ovale fatto apporre dal D’Onofrio nel vestibolo della villa. Spero che lo spirito di Vincenzo non me ne voglia, anche perché trovare un brano rock che mettesse insieme amore e rosa è stata un’impresa notevole. Certo è che la nota passione per la lirica dello sfortunato Vincenzo avrebbe fornito spunti musicali e di testo più consoni alla vicenda, ma in questo sito si celebrano tutt’altre icone. Posso solo immaginare che magari avrei potuto incontrarmi con lui a tavola davanti a una pasta della sua ditta, che i resoconti dell’epoca descrivono squisita. Sarebbe stato bello poterlo fare nella Villa Rosa dei bei tempi, ma poi, esaminando nel dettaglio lo splendido cancello di ingresso in ferro battuto, ho potuto notare che sono state riportare scritte con la vernice addirittura sui ferri che riportano il nome della villa e allora svaniscono pure i sogni a occhi aperti.

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