ABRUZZO, Paesi

Fuori mercato

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EDDIE VEDDER: “Far behind” (2007)

Subtle voices in the wind,/hear the truth they’re telling/A world begins where the road ends/Watch me leave it all behind/Far behind… – Impercettibili voci nel vento,/ascolta la verità che stanno raccontando./Un mondo comincia dove finisce la strada./Guardami mentre mi lascio tutto alle spalle,lontano alle spalle…

Tocca nuovamente all’Abruzzo e, in compagnia del consueto sodale, approfitto di una temporanea clemenza meteo senza indugiare oltre, perché  nel posto cui sono diretto l’inverno significa tanta neve e strade ai limiti della praticabilità. Giunti a destinazione, un noto bacino artificiale della regione inaugurato nel 1947, mi dirigo al villaggio completato dall’Enel nel 1949 per  favorire la sistemazione delle famiglie dei propri  ingegneri, tecnici ed operai impegnati nella gestione e manutenzione della centrale idroelettrica. Distante appena duecento metri in linea d’aria dalla centrale, il villaggio replicava su scala ridotta una sorta di comunità di paese, tant’è che nella perlustrazione ho rintracciato una chiesa, una scuola e l’insegna di un bar-ristorante. Nei ricordi di chi era allora bambino si ritrovano le abitudini secolari dei piccoli centri e vengono riportate le emozioni di chi si incantava di fronte al rigoglioso bosco di faggete antistante il villaggio, di chi rammentava il rumore dolce del vento che rinfrescava l’aria anche in agosto, ma pure quelle riservate ai brividi di terrore per la paura delle vipere. Il lago era  sì invitante, ma c’era il saggio divieto dei genitori di poter fare il bagno sia per la naturale insidia delle acque sia per le scoscese rive argillose. Le giornate trascorrevano così coi giochi più classici come il nascondino e le piste con le biglie, magari accorgendosi casualmente che tra gli androni dell’unico condominio o all’incerto riparo delle basse siepi dei giardini antistanti i piccoli villini si consumavano i primi timidi baci dei ragazzi più grandi con quante avevano da poco abbandonato i giochi dell’infanzia. L’avvento dell’automazione della centrale idroelettrica, oggi quasi interamente gestita da remoto, determinò gli esuberi delle 81 maestranze presenti nel villaggio, che furono in parte ricollocate o indotte a lasciare il lavoro con pensionamenti regolari o anticipati. L’ultimo ad abbandonare il minuscolo insediamento fu il custode che, per voce comune, sembra abbia  cessato la funzione verso la fine degli anni ottanta, anche se l’ultima traccia tangibile del suo abbandono reca la data di un quotidiano locale del settembre 1983, dimenticato in terra. Oggi è sorprendente ritrovare questo piccolo borgo pressoché intatto e semivuoto, apparentemente risparmiato dai duri terremoti che hanno funestato la zona, specialmente nelle costruzioni più basse. L’effetto che suscita è quello di un residuo di un’altra era, un allucinante lascito post-umano a futura memoria. Un destino, del resto, comune ad altri villaggi Enel, molti dei quali in Sardegna, che hanno subito la medesima sorte. Al riguardo, risulta drammaticamente profetico l’allarme lanciato proprio in quegli anni da André Gorz (1923-2007), filosofo e giornalista francese, ritenuto capostipite dell’ecologia politica: “A cadere a pezzi è la società basata sul lavoro salariato; a estinguersi è il contratto sociale di tipo socialdemocratico o cristiano-sociale, che credeva di addomesticare il capitalismo e di poter conciliare lavoro e capitale. Dappertutto assistiamo allo smantellamento dello stato sociale, dei contratti di lavoro, del diritto di lavoro, alla scomparsa di condizioni lavorative regolamentate e di posti di lavoro garantiti. Ovunque dilagano a vista d’occhio rapporti di lavoro precari, flessibilità, mobilità, individualismo: tutto sviluppato in direzione di una società di mercato. Il lavoro, che oggi viene ancora concepito come lavoro retribuito, cessa di essere il terreno su cui è possibile costruire la propria vita e i propri progetti futuri”.

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