ABRUZZO, Sacro

Grazie abusive

Grazie abusive

ELTON JOHN: “Candle in the wind” (1973)

And it seems to me you lived your life/like a candle in the wind,/never knowing who to cling to/when the rain set in. – E mi sembra che hai vissuto la tua vita/come una candela nel vento,/senza sapere a chi aggrapparti/quando scendeva la pioggia.

Ogni tanto cambiare aria fa bene e, spalleggiato dal consueto sodale, punto il navigatore verso l’Abruzzo per visitare alcune chiese campestri per cui si paventano addirittura le demolizioni, nonostante alcune di esse conservino dei piccoli tesori artistici al loro interno. Devo aver sbagliato qualcosa proprio all’ultima curva e mi ritrovo nel piazzale del convento dei Cappuccini, che comunque dovrebbe trovarsi giusto sopra il nostro obiettivo, anche se alla vista non scorgiamo nulla. Chiedo informazioni al custode che sta potando il giardino, il quale insiste per andare a chiamare un frate. Dopo qualche minuto arriva un giovane cappuccino, più infastidito che altro. Gli ripeto la nostra necessità e mi fa: “La chiesa è chiusa  e non c’è modo di entrare, ma tanto non c’è rimasto niente da vedere”. Gira i tacchi, anzi i sandali, e se ne ritorna in convento senza nemmeno un amen. Meno male chi il custode sembra animato da un maggior spirito di accoglienza e ci dice che la chiesa è poco sotto e che ci conviene andare a piedi, dandoci le giuste indicazioni. Ci chiede di dove siamo e quando gli rispondo che veniamo dalle Marche pronuncia soddisfatto un “Nero Giardini”, che forse è la sua  benedizione laica. Lo ringraziamo ancora per la sua gentilezza, mentre il suo cagnetto ci accompagna per un tratto. Non sono granché preoccupato dall’infelice profezia del cappuccino e comunque la chiesa è vicinissima, sebbene seminascosta dalla vegetazione che la sta inglobando e i pensieri negativi  svaniscono alla vista della costruzione, anche se malridotta. Quantunque abbandonata dagli anni ’80, la chiesa mostra chiaramente un impianto rettangolare con facciata tardo barocca e grande campanile a vela laterale. In meno di un minuto siamo dentro senza colpo ferire; del resto, ormai chi li considera più gli ingressi principali! Ci ritroviamo subito alle spalle dell’altare, il terreno è un tappeto di morbido fogliame, compatto e senza asperità. Uno stretto passaggio ci conduce al cuore della chiesa a navata unica. La sorpresa è stupefacente, da togliere il fiato per l’emozione. È un impatto bellissimo: il soffitto è crollato, ci sono  addirittura degli alberi già cresciuti e tra i filamenti della vegetazione i muri mostrano qua e là i ritratti dei sei santi che fanno parte della dotazione parietale del santuario (solo due dei quali non mi hanno lasciato tracce fotografiche apprezzabili). Mi viene in mente che quadri e affreschi, tutti di epoca settecentesca (scuola del Salvadori), dovrebbero essere staccati e conservati in qualche museo per avere un restauro e recupero, prima che sia troppo tardi. Intanto, la visita prosegue e mi riserva la sensazione più forte quando mi volto verso la parete dell’altare, un misto di natura che si mescola all’arte con stucchi e rilievi ben visibili in una scenografia mozzafiato. Al centro spicca il dipinto di Santa Maria delle Grazie, che mi sembra già piuttosto compromesso dagli agenti atmosferici e non perfettamente leggibile, ma riconosco di essere un uomo di poche diottrie e dunque spero sia solo per quello. Il percorso all’interno della chiesa ci porta a scoprire altri ambienti minori. La zona della canonica è impercorribile e quella sotto il campanile è già collassata creando un invaso ricoperto dalla natura e da rifiuti ingombranti, tra i quali un copertone con tanto di cerchione, reperto contemporaneo attribuibile al movimento dei rozzoni. Continuiamo la perlustrazione sbucando all’esterno e notiamo quello che ci era sfuggito, ma che personalmente speravo di trovare, ossia i lumini e i ceri che un tempo erano posti direttamente sull’altare e che ora, a chiesa ufficialmente chiusa anche per evitare pericolose processioni all’interno della struttura, continuano ad essere offerti alla Madonna per impetrare grazie da chi, animato da una fede semplice e da una devozione totale, quando serve fa a meno del prete e si rivolge direttamente più in alto. Osservando quella schiera di ceri e lumini, ostinatamente agganciati all’inferriata del cancello e tutti invariabilmente spenti per la mancanza di una protezione dagli agenti atmosferici, chissà perché, mi è venuto in mente che a me, che come molti della mia generazione ho avuto una formazione cattolica con tanto di frequentazioni pluriennali dell’oratorio, non è mai venuto mente di accendere candele o ceri. Questa particolare forma di devozione, tradizionalmente molto viva nelle comunità agresti si presenta come un’ultima spiaggia della fede, l’esemplificazione plastica del credo quia absurdum di Tertulliano, secondo cui i dogmi della religione cristiana vanno sostenuti con convinzione tanto maggiore quanto meno sono comprensibili alla ragione. Pascal qualche secolo dopo diede uno sviluppo più articolato alla tesi con la sua famosa scommessa che, sintetizzata alla buona, illustra la convenienza di credere perché non costerebbe nulla. La faccenda, ovviamente, è ben più complessa di come l’ho riassunta, ma è sorprendente come una visita urbex possa stimolare certe riflessioni e sorprendersi di come il genere umano sia capace di mischiare l’alto e il basso con sorprendente facilità. Comunque la si pensi, ho citato la scommessa Pascaliana come nostalgico ricordo del liceo, ma senza più la facile supponenza di quegli anni. Alla fine, posso ritenermi pienamente soddisfatto dalla visita che, oltre ad avermi regalato del sano urbex, mi ha confermato la bontà del vecchio adagio secondo cui l’abito non fa il monaco.

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